Di ogni fatto di cui si parla bisognerebbe conoscere tutti i risvolti e gli aspetti oltre ai caratteri dei protagonisti per potere commentarne la sostanza e la forma. Quando poi la vicenda riguarda e coinvolge ambienti e persone che ci sono state famigliari e di cui conosciamo quasi a memoria ambientazioni, situazioni e gradazioni dei sentimenti e dei pensieri, allora si vorrebbe ancora di più conoscere poter documentare prima di esprimere una considerazione e un’opinione personale.
Per questo ho esitato prima di parlare del brutto incidente accaduto al professore di educazione artistica di Novara colpito nei locali della scuola da un ragazzo.
Il fatto è stato ricostruito e narrato dai media; il professore è stato intervistato mentre ancora la tumefazione sul suo volto era evidente e non lasciava adito ad equivoci.
Da quello che mi risulta un docente a scuola è un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, e una lesione o un insulto nei suoi confronti non possono passare impuniti, in nessun caso.
Nelle ultime ore i media hanno dato conto di due novità su questo avvenimento:
1) il preside ha spiegato che invece di un allontanamento (espulsione) dalla scuola il consiglio di Istituto ha provveduto a mettere in atto un percorso di recupero per il ragazzo
2) il docente, saputolo, ha preso atto che non è stato preso un provvedimento rigoroso nei confronti dell’alunno che lo ha percosso e ha detto che si ritira definitivamente dalla scuola perché in lui si è spezzato qualcosa che non è in grado di recuperare.
Come insegnante posso dire che lo capisco e posso dire che, invece, non capisco il preside né il consiglio di Istituto.
Certo, potrebbero esserci risvolti non noti o essersi verificati ulteriori fatti che non sono stati evidenziati e che hanno condizionato questa scelta.
Mi auguro, perché non voglio dedicarmi al cosiddetto didietrismo, che il tassello mancante non sia una considerazione di oltranzismo buonista anti-Gelmini.
Mi auguro e voglio credere che la relativa indulgenza riservata al fatto gravissimo commesso dal ragazzo non sia una presa di posizione contro una richiesta di maggiore rigore contro il bullismo e la mancanza di rispetto per la scuola che veniva già da Fioroni e che Gelmini riprende ed estende al presente.
A mio avviso la decisione abbastanza morbida del Consiglio di Istituto manca di una adeguata motivazione visto che il preside, anche intervistato, ne ha fornita una molto generica.
Però nessuna di tutte queste considerazioni sono fondamentali.
Fondamentale è, invece, che la scuola deve sostenere fino in fondo la sua credibilità come istituzione educativa. L’educazione ha regole che possono essere flessibili e adattate alle realtà più diverse; ma non può venir meno a un principio fondamentale che, in questo caso, si sposa anche un principio di tutela del lavoratore.
Il ragazzo deve essere rieducato, è giustissimo. Ma deve anche pagare le conseguenze del suo gesto.
Il ragazzo deve ricevere un messaggio di dialogo. Ma deve anche ricevere un messaggio di netta e irrevocabile sanzione per quanto ha fatto.
Qui si tratta, prima che di pedagogia, di civiltà e di buon senso.
Metto tutto nel conto finale e dico che anche se (anche se, ammesso e non concesso) il professore avesse esasperato nella maniera più provocatoria (ma tutti sanno che ciò non è accaduto) il suo alunno, ebbene questi non si sarebbe dovuto in nessun caso permettere una reazione violenta fino al punto di tirargli un cazzotto sullo zigomo.
Il ragazzo non si è difeso da un attacco fisico poiché il professore agiva verbalmente applicando una regola.
Ha reagito da delinquente (dispiace dirlo ma è così) al richiamo di un suo insegnante.
E quindi va ripreso e sanzionato nel modo più serio sia per per dare un indispensabile messaggio a tutti gli alunni, sia per rispetto all’insegnante che in quel momento rappresentava non solo se stesso, ma le istituzioni.