L’educazione non serve ad ammansire agnelli.
Solo una breve riflessione sull’uccisione di Lorena Cultraro. E’ troppo presto per capire e valutare lo scenario e i protagonisti nella reale complessità in cui l’omicidio si è svolto e sarebbe una pratica da iene dare giudizi. Però non possiamo tacere una costatazione elementare e che sgomenta.
Nelle interviste raccolte dai tg presso gli abitanti di Niscemi tutti dicono concordemente che non riescono a credere a quello che è successo, che si tratta di famiglie normali, di ragazzi normali, che vivevano e si frequentavano normalmente.
Evidentemente dobbiamo interrogarci sulla considerazione che si è giunti ad avere della normalità.
Non possiamo crudamente riferirci alla morte di questa povera figliolina per renderla emblema di un problema più vasto.
Ma tutti gli adulti devono, invece, cominciare a chiedersi se davvero conoscono i giovani e soprattutto se li capiscono e se dialogano coi ragazzi.
Gli adulti devono smettere di creare alibi alla loro inadempienza di educatori per indorarsi la realtà; non possono continuare a semplificare il rapporto con la generazione che hanno messo al mondo, ma di cui hanno delegato ad altri l’educazione.
L’educazione non serve ad ammansire gli agnelli, come dicevo nel titolo. L’educazione esiste perché la natura umana non è sempre di per sé buona e mite, né spontaneamente orientata al bene proprio e comune. Nemmeno in natura è così. E’ vero che nascono i santi e nascono persone tendenzialmente meno aggressive e altre più vivaci. Ma l’educazione è proprio quel processo indispensabile, complesso e impegnativo che segue la nuova creatura dalla nascita all’età adulta anche per trasmettergli valori, per guidarne anche l’indole, per favorire un inserimento rispettoso e corretto nella società.
Gli adulti che ora chiedono pene esemplari, ergastolo e altri provvedimenti per gli assassini lo fanno per assolvere se stessi.
E’ evidente che i ragazzi assassini devono pagare per il loro delitto perché hanno raggiunto un’età in cui ciascuno risponde delle sue azioni e quindi del bene e del male che compie.
La domanda di base, però, è se la fondamentale differenza tra “bene” e “male” sia, oggi, ancora adeguatamente insegnata, inculcata e, quando necessario anche imposta con un’educazione che deve sì basarsi sul dialogo e la comprensione, ma che non può né derogare né delegare sui principi fondamentali. Chi non percepisce la gravità di un omicidio non solo non capisce il significato e il valore della vita, non solo non sa provare pietà ed amore, ma non ha nemmeno, e per molti motivi, né freni, né principi, né capacità di valutare le conseguenze di una propria azione
Un branco che uccide si ispira a una ferocia, a una brutalità deviata che non nasce dalla normalità del bene e non riguarda solo i suoi giovani componenti.

postato da: Mariaserena alle ore
10:40 | Link |
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