Rischiamo di dimenticare, parlando si scuola, che l’emergenza non è solo quella degli insegnanti precari, ma anche della didattica e della pedagogia.
Provate a chiedere a chi volete: nessuno si sottrarrà dal dare un giudizio sulla scuola e sugli insegnanti; nessuno negherà un parere su come si dovrebbero educare i ragazzi; ma non troverete nessuno che si dichiari ottimista in materia.
La gamma delle posizioni e delle opinioni è varia e frastagliata: si va da chi chiede giustizia sommaria della generazione degli insegnanti ex-sessantottini a chi chiede a un ritorno a scuole elementari in cui si boccia, a chi invoca una scuola che copra l’intero arco delle ore in cui le famiglie sono impegnate nel lavoro, a chi chiede l’introduzione del dialetto o l’abolizione dell’insegnamento della religione. E potremmo continuare. Ma se poi entrassimo nello specifico non troveremmo nessun genitore concretamente felice e soddisfatto della bocciatura del figlio, né della scuola-collegio rigidamente impostata o di quella in cui invece che Italiano come prima lingua e Inglese come seconda si impari il Bergamasco, l'Ascolano o il Calabrese.
Dubito altresì che troveremmo mamme e papà paghi di un figlio o figlia atei sfegatati con variante opzionale di bestemmia.![studiosa[1]](http://files.splinder.com/5784dad80557065d1cc6c3278fc09704.jpeg)
Per puro interesse scientifico sarei anche interessata al sapere cosa pensano i genitori di una figlia o figlio quattordicenni che rientrino da scuola con nello zaino i profilattici distribuiti automaticamente insieme alle merendine e alle bibite. Siamo tutti liberali e di larghe vedute con i pargoli altrui, ma forse un po’ più perplessi sulle abitudini dei nostri.
E con le sostanze e gli alcolici non andrebbe meglio: anti-proibizionisti fin che si vuole, ma quanti ammetterebbero a cuor leggero di conoscere fino in fondo le abitudini dei loro ragazzi?
Eppure la scuola comincia anche se nelle nostra aule il problema non è solo l’eventuale diffusione dell’influenza suina o la sicurezza degli edifici (che solo molto raramente è davvero in discussione).
E’ inevitabile osservare con preoccupazione l’aumento del numero di alunni per classe perchè il rapporto alunno-docente è un equilibrio nel quale le cifre sono importanti, e genera molti dubbi la tendenza dei docenti ad accettare di aumentare il loro carico orario per guadagnare di più. I docenti adesso possono insegnare non solo in classi più numerose, ma anche in una o due classi in più che in passato: quali effetti avranno queste variazioni?
Non credo possano essere senza conseguenze sulla qualità dell’insegnamento.
“Chi non segue o non impara sia bocciato!” si dice.
E chi non insegna bene o non si intende di pedagogia?
Chi verifica la qualità dell’insegnamento? E come si misura?
L’emergenza è proprio questa, è in questo antico problema non risolto, è nel non valutare con una riflessione seria la realtà giovanile che entra nelle nostre classi.
E’ nel dare per scontato che il risparmio di denaro sia sempre vantaggioso.
Ho frequentato le elementari in cui si bocciava; quella severità e quel rigore erano rigidi fino alla crudeltà: è stata una scuola che, selezionando, ci costringeva a dare fondo a tutte le energie, a far appello a tutte le risorse personali sia intellettuali sia fisiche, ci obbligava a non essere solidali coi compagni (guai copiare o far copiare!), induceva alla sottomissione all’autorità, insegnava a resistere e a non criticare per adeguarsi. E’ stata indubbiamente una scuola che preparava a difficoltà maggiori e a lavorare a testa bassa.
Già: è proprio questo il punto. A testa bassa, anche a sei – otto anni.
E capisco benissimo e giustifico chi desidera rendere la scuola più seria in tal modo. E’ corretto, infatti, guardare al passato come a un solido buon modello, perchè tale fu.
A patto che si ammetta che non si sa che altro fare.
Ma c’è anche un presente, e soprattutto un futuro di cui tenere conto.
In questo presente ci confrontiamo con una generazione stupendamente viva, vivace e spigliata, abituata all’interattività, ai colori e alle forme in movimento, ma anche ansiosamente disinibita e dialogante fino ad una sfrontatezza da simpatiche canaglie, una generazione che si nutre e si veste di tendenza e scambia musica e messaggi con il mondo, che rischia e sfida, che a volte trasgredisce senza percepire i pericoli.
Non sono ragazzi di cinquant’anni fa.
Nonostante ciò vogliamo calare su questa realtà il modello scuola anni cinquanta?
E chi eseguirebbe questo compito? I docenti diplomati o laureati in epoca post sessantottina ed entrati in ruolo senza concorso?
Tra loro conosco ottime e valenti professionisti, ma anche vari ed inflessibili cerberi che applicano un rigore solo formale di una scuola senza passioni: disposti alle 24 ore settimanali, selettive ed inclementi... ma solo con gli altri.
Ci sono delle contraddizioni in questa linea.
Forse sarebbe più giusto ridiscutere di modelli educativi e pedagogia anche con quei nuovi docenti precari che invano premono all’uscio di una scuola che a loro è, per ora, chiusa.
La scuola ha bisogno di nuove energie e nuove idee. Altrimenti non rimare che tentare di clonare un anacronistico passato: ma non c’è da scommettere sui risultati. 