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Ascolto, osservo e leggo. Mi interesso di letteratura. Mi occupo di formazione, scuola ed educazione. In questo blog parlo soprattutto di problematiche giovanili e di interessi culturali e questioni di attualità. Pubblico qui i miei scritti, racconti, ricordi, foto e disegni e le mie libere parole.
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mercoledì, 30 aprile 2008
Ci sono tanti modi per avvilire una festa importante come quella del I Maggio.
E uno è certamente quella del concerto sulla Piazza S. Giovanni a Roma.
Il cosiddetto concertone.
Niente contro la musica.
E’ che, temo, non mancheranno neanche questa volta i predicatori dilettanti, i cantanti profetici, i presentatori affabulanti, i vip finto-straccione che spanderanno parole finto-democratiche e poi se ne torneranno al loro solito lusso da sfigati di successo (pippa tu che pippo anch’io).
Per tutto il tempo qualche presentatore tv di cui non voglio nemmeno sapere il nome strillerà, urlerà andrà in euforia assegnando a piene mani complimenti e esclamazioni sperticati del genere: “Grande”, “Eccezionale!”, “Straordinaria emozione” e, peggio di tutti, “Da brivido lungo la schiena”. (anche perché dove altro dovrebbero correre i brividi? Sui denti? Sul polpaccio? Sul capello artificiale, sul seno al silicone o sullo zigomo rifatto?)
Insomma il I Maggio è una festa troppo importante e che dovrebbe rivendicare e ricordare il lavoro e il lavoratore per essere trasformata nell’ennesimo evento taroccato per tale.
Invece San Giovanni sarà nuovamente devastata da schifezze e rifiuti, da fumo e pasticche, da tanta pessima musica e da altrettanta stupidità.
Non consola pensare che anche questa  passerà.
Perché non passerà senza far danno e senza dare, ai giovani, il cattivo esempio di avvizzite rockstar che si vestono da pischelli, da opinioniste e opinionisti repellenti e da comici di risulta (giuro non so chi ci va, ma tanto non cambia) in cerca di visibilità.
Speriamo che questa presunta festa decada presto.
Sarebbe  assai meglio che i sindacati smettessero di fare giochi di ruolo virtuale e tornassero sui temi vitali per i lavoratori veri e si mettessero, anche loro, a faticare.
Evviva il I Maggio del Lavoro.
 
postato da: Mariaserena alle ore 23:27 | Link | commenti (4)
categoria:lavoro, ricci, notecellulari, concertone, i maggio
mercoledì, 30 aprile 2008
Splinder (30/04/2008)   Telespettatore disperato 1: Si è insediato il presidente del Senato; ha detto che sarà il garante di tutti. Telespettatore disperato 2:  Si è insediato il sindaco di Roma : ha detto che sarà il sindaco di tutti i romani. Telespettatore disperato 1: Si è insediato anche il presidente della Camera Fini : ha fatto un pacato discorso bipartisan. Leggi ancora...
postato da: Mariaserena alle ore 22:19 | Link | commenti
categoria:
martedì, 29 aprile 2008

Le creature pomodoro, fino a pochi giorni fa alloggiate sul balcone, e  adesso impegnate nella lotta per la sopravvivenza...pomodori sul balcone 


postato da: Mariaserena alle ore 15:28 | Link | commenti (6)
categoria:pomodori
lunedì, 28 aprile 2008

Tempo di pomodori e tempo di fagiani
Fagiano senza senso
 
Sono arrivata sull’aia venerdì 25 accolta da un curioso verso: sembrava un cagnetto strozzato che abbaiava “erghek-erghel-erghek”; l’ho visto subito perché, per nulla intimorito, camminava sgallinando, pomposo e impettito e con un ciuffetto da bersagliere sulla testa. Colore marrone rossiccio e verde con bargigli rossi.  Insomma un fagiano. “Pussa via!” gli ho gridato poco amichevole anche perché già la settimana prima avevamo scoperto che quel grassatore si era mangiato molte piantine di piselli riducendole a parvenze moribonde.
“Erghek-erghel-erghek” ha strillato quello, in fagianese marchigiano, e non si è nemmeno alzato in volo, ma è sparito infilandosi nell’erba.
Se ne è andato, abbiamo pensato. Non avrà il coraggio di tornare.
Avevamo viaggiato per 250 kilometri con 140 piantine di pomodoro amorosamente fasciate, ognuna con vasetto e cartina leggera: aria condizionata e vetri ambrati. Le mie creaturine vegetali. Erano sbarcate incolumi o appena gualcite. Subito messe all’aria a rianimarsi, e in poche ore tutte piantate sul campo; soffice e ben lavorato in precedenza.
Da casa sentivo ogni tanto il verso dei quel vanesio piumato “Erghek-erghel-erghek” e brontolavo … addio anche agli ultimi piselli; questo non lascia troppo scemo anche per avere paura.  
A me piacciono molto gli uccelletti carini e gentili: le cincie che fanno il nido nei mattoni vecchi della casa, i fringuelli e i cardellini, chi là volano a stormi e si aggrappano dondolandosi alle foglie del tiglio e degli aceri, anche i passerotti mi piacciono quando razzolano come piccole galline e si spartiscono tutto quello che trovano. I merli fanno brevi corse, decollano a sedere basso e atterrano senza curarsi dei gatti: grassi e pasciuti di crocchette e senza nessuna voglia di andare a caccia.
E poi mi piace anche sentir strillare la civetta e , se arriviamo in piena notte d’estate capita di ascoltare l’usignolo. D’inverno ci sono pettirossi come piccole sentinelle impettite dal freddo. Insomma un via vai di volatili allegri e nullafacenti o quasi. A casa nostra non ci sono veleni, né diserbanti, né concimi chimici. Solo zanzariere che ci evitano anche le mosche le quali comunque hanno altro da fare. Insomma possiamo trovare un equilibrio sano, e quando i suddetti pennuti mangiano le ciliegie, ebbene pazienza: si fa ai mezzi o quasi.
Però questo fagiano è un portoghese sfacciato e per di più sfotte; basta uscire di casa per sentirsi apostrofare: “erghek-erghel-erghek… krekrekkk!!” mentre passeggia pomposo come un petulante damerino. “Ma che vuoi? Gli ringhio innervosita. Vattene a casa tua.”
Questo perché nonostante si abbia coperto i piselli di teli di non tessuto e messo strisce di alluminio svolazzante, non si è  fermato. Ok, pazienza niente piselli.
I pomodori sono tutti piantati e ben sistemati in file sottili. La notte scende per un meritato riposo. Al mattino c’è il solito concerto della banda dei pennuti assortiti e sulle tegole sento rovistare i nidi. Forse qualche predatore a caccia? Va bene così.  Poi Remo, il muratore ogni tre quattro anni risistema le tegole.
Ma… mi insospettisce quel “… krekrekkk erghek-erghel-erghek… krekrekkk!!” che anche già al mattino presto mi manda il caffè di tre quarti e imperversa: mi affaccio ed infatti eccolo là. Passeggia il maledetto, e si pavoneggia pure.
Chiedo a l’ing agricoltore “Hai visto i pomodori? Stanotte ha piovuto. Tutto bene?”, “Ma sì, prima ho guardato, stanno meglio di ieri.”
Sono contenta. Un lavoro ben fatto. E poi quest’anno li ho seminati con la nipotina che, vedendoli dal seme divenuti piantine ha commentato: “Nonna i semi sono esplosi ed è uscito il pomodoro!”. Beh le nonne ci tengono a queste cose.   
I veri pomodori, però, non sono piante semplici. Hanno una vita alternativa (ed io una mission su di loro).
 Per convincersene basta assaggiare quelli del supermercato: insapori e plasticosi,  vetrosi  e asettici, quelli che, con lievi oscillazioni di prezzo e indifferenti  all’alternarsi delle stagioni si trovano tutto l’anno.
Questo non significa che non esistano più i pomodori veri, quelli con il profumo, il picciolo verde, la carne soda; quelli che non si mummificano se li lasci nel cestino in cucina.
Ma bisogna guadagnarseli col lavoro. Insomma  se non te li coltivi ti devi accontentare.
Per questo, da quando abbiamo fatto l’avventata scelta di avere una casetta in campagna (rinunciando a altre più varie vacanze) mi sono dedicata ad ottenere il mio gusto preferito di pomodoro. Una letterata impomodarata insomma. Ma non mancano gli estimatori.
Il primo anno avevo comprato le piantine, ma mi non mi davano soddisfazione. I pomodori venivano distinti, dal rivenditore del paese, im “lunghi” e “tondi”. Come sarebbe, ho pensato? Avranno pure un nome… anche perché sono troppo maniaca per accontentarmi di una definizione superficiale e “le piantine comprate” avevano un’aria industriale e poco personalizzata e un sapore standard… buono, ma volevo di meglio.
Allora ho iniziato ad acquistare i semi online dai fratelli Ingegnoli.
Ho anche imparato a seminarli e a far crescere le piantine che poi vengono interrate nel campo. Le prime sono venute un po’ anemiche, ma poi sono diventata brava.  
Quando andavo a scuola le regalavo anche ai colleghi che ovviamente dicevano cose meravigliose, ma poi le lasciavano languire sul balcone come se fossero insulse piantine ornamentali. Me ne sono un po’ offesa.
Il pomodoro richiede cure maniacali, ma divertenti.
A gennaio, dopo aver consultato un lunario di quelli seri, scelgo il giorno della semina e tengo conto non solo della luna calante o crescente, ma anche dei segni in cui la luna stessa si trova. Poi semino in semenzaio. Roba seria e studiata con cura. Non racconto tutto il processo, ma le cure sono attente e continue fino al momento del trapianto su un vasetto più grande da cui, alla fine di aprile si tolgono per procedere alla piantagione. A quel punto li seguo, ma soprattutto attendo con ansia i fiori e poi i frutti. Una piccola mania che comunque dà risultati allegri.
Insomma è il 26 aprile e tutto procede come da tabella. La mattinata è tranquilla nonostante il periodico “… krekrekkk erghek-erghel-erghek… krek” di monsieur fagiano che cerchiamo inutilmente di allontanare e non si lascia sgomentare nemmeno dalla vecchia tromba da stadio (un po’ sfiatata) che ho ripescato da uno sportello dove tengo roba vecchia e non ricordo come sia finita là. “PEEEEE!” niente da fare.
“… krekrekkk erghek-erghel-erghek… krek … KKKKrekk”.
E qui il dramma a fosche tinte: da un’ulteriore ispezione alle creaturine vegetali risulta che  lo stupido fagiano ha scoperto le piantine di pomodoro e ne ha decapitate quattro o cinque. La famiglia impallidisce: forse temono di più la mia ira che le conseguenze del banchetto fagianesco. Le MIE piantine mangiate??? Fagiano maledetto, questa non te la passo.
Hai passato il segno e la tua sorte vacilla.
(continua)
 
lunedì, 28 aprile 2008

Ho finalmente capito per intero il senso della parola "A FAGGIANO!" usata qui a Roma, come insulto.

Venerdì scorso un fagiano, pennuto sul serio, è volutamente entrato in rotta di collisione,  anzi ha creato un vero e serissimo conflitto di interessi con me.

Insomma ha commesso un errore di quelli che non posso perdonare.

Ma se siete tutti verdi e animalisti sfegatati, di quelli che lasciano le briciole a mosche e formiche e non si arrabbiano nemmeno con i puzzolenti stormi spandi-guano-sulla-macchina.... non vi racconto la storia.

fateme sapè...008

postato da: Mariaserena alle ore 07:50 | Link | commenti (3)
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giovedì, 24 aprile 2008

e sta sotto la finestra della cucina.

postato da: Mariaserena alle ore 21:24 | Link | commenti (8)
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giovedì, 24 aprile 2008
Mi preoccupa che...
MariaSerena-avatar-medio-traspareLa diffusione dell’alcolismo tra i ragazzi e le ragazze è allarmante. Quando ne parlavo in classe mi rispondevano : è normale, si esce con gli amici e fa parte del divertimento.
Durante le gite scolastiche, sia in Italia sia all’estero, la prima cosa che facevano le ragazze (spesso più disinvolte dei maschi nella caccia al supermercato più vicino all’albergo) era infilarsi nel negozio per fare scorta di birra e superalcolici. Non è carino andare a controllare studenti in gita nelle loro camere, ma le famiglie ci considerano responsabili in toto di quello che accade, e siccome si rischia anche il coma etilico, è a volte necessario fare parti antipatiche. E non parlo in linea teorica. In un dopocena di un viaggio a Venezia,  con ragazzi di 15 e 16 anni, ho “sequestrato” in una camera dove si erano radunati una decina di bottiglie di vodka e altri liquori dolci e secchi. Ma siccome la direzione dell’albergo ci controllava tutti come malfattori potenziali e nutriva diffidente ostilità per gli studenti, non volendo smascherare i ragazzi e consegnarli alla pubblica riprovazione ho infilato il corpo del reato in un capiente portaombrelli di un corridoio fuori tiro. Forse sono ancora là. A Firenze invece comprarono i boccioni di presunto chianti da 5 litri. Altra performance. (Che stress le “gite”).
Questi sono episodi, comunque indicativi; la situazione gita è comunque eccezionale e non si deve generalizzare. Invece, purtroppo, capita che qualche ragazzo beva anche di mattina ed arrivi a scuola praticamente ubriaco, ma svia le domande dicendo di avere mangiato qualcosa che gli ha fatto male.
L’abuso di alcool è un dato di fatto e i recenti dati dicono che riguarda di più le ragazze dei maschi (Io spero che la differenza sia rapportabile anche al diverso modo di affrontare il problema, forse le ragazze ammettono o si preoccupano di più della salute? Difficile a dirsi)
Ma prima ancora di interrogarsi sui possibili perché, che devono ovviamente essere esaminati, penso che la questione di base riguardi l’indifferenza dei ragazzi al problema.
Tutti loro sanno che l’alcool fa male, anche quelli che ne abusano di frequente e bevono come se fosse un rito sociale a cui non ci si può sottrarre, pena l’esclusione.
E di fronte all’allarme ignorano e minimizzano o comunque non rinunciano.
Perché?  
lunedì, 21 aprile 2008
foto estate 2007
strada di casa
Sono stata due giorni nelle Marche, dove abbiamo una casetta campagnola di paese. Ci vado molto spesso. A gennaio ho preparato, le semine delle piantine dei pomodori (e altra roba estiva) che sono nati in casa, ho pasciuti come neonati sul balcone e ora sono alti più di venti centimetri e stanno per fiorire, pronti per la rude vita di campagna. Belli. Ho acquistato i semi on line: non compro piantine trattate… Siccome sono una matta scatenata faccio anche queste cose. Domani li fotografo e li esibisco. Entro questo mese spero che saranno piantati per terra, ovviamente dove si comporteranno da adulti. Io li seguo dal seme, li trapianto la prima volta, ma non eseguo la messa a dimora nel campo, perché il lavoro a quel punto diventa pesante. Dico tutto questo per spiegare che frequento diverse realtà qui in Italia mi muovo e non sono una stanziale da appartamento con vista. 
Il mio desiderio sarebbe conoscere meglio il Sud dove sono stata quando ero troppo piccola e poi, in seguito, passata troppo in fretta.
Il centro Italia lo percorro spesso; e quanto al Nord … insomma là sono nata e la mia famiglia è veneta da generazioni. Anche se non ci vado da anni è come se ci parlassi tutti i giorni.
Io non ho dunque un paese, né una città miei. Ho vagato per l’Italia seguendo il lavoro (della famiglia) e mi sono adattata a cambiamenti anche di scuola: prima come alunna (3 scuole solo per le elementari …) poi come insegnante. Per questo ho cambiato dieci volte città o paese e diciotto volte casa. Le ho contate. Spero di arrivare a venti. Un bel numero tondo.  Quando torno in una città in cui ho vissuto lo faccio con trepidazione, temendo di trovare chissà quali stravolgimenti. Invece spesso le trovo più belle e più evolute anche se cambiate. Domenica sono stata anche a Cattolica dove andavo al mare da piccola: molto carina, divertente e civilissima come sempre. Sono tornata recentemente a Perugia e a Terni; sono passata da Faenza e Ferrara; ho visto poco tempo fa Potenza e Bari dove ho passeggiato sola, tranquilla e felice sul lungomare. Mi avevano detto in albergo: signora prenda un taxi per andare a S. Nicola. Io ci sono andata a piedi e non sono entrata in Bari vecchia solo perché non ho voluto eccedere, viste le raccomandazioni ricevute.
Due sole sono le città che trovo continuamente peggiorate (con dolore). Una è Firenze dove ho vissuto per un anno nel 1972 e ho rivisto e rivedo periodicamente, ma  trovo sfigurata (ho capito benissimo le pagine di Oriana Fallaci quando ne descrisse il degrado del centro storico trasformato e imbarbarito) e l’altra è Roma, dove vivo da oltre vent’anni e che sta andando allo sfacelo.
Ma non è così ovunque. Non è per niente così, nonostante i numerosi problemi.  Non mi va di dare dettagli. E poi nessuno ne dà mai: si proclamano sentenze e giudizi, ma i dati si tengono fuori portata.
Oggi ho sentito in tv l'intervista di un’anziana elegante signora, la Presidentessa del “telefono rosa”; sosteneva che Roma non è più violenta di tante altre città: ma non ha dato cifre né statistiche, nemmeno una percentuale e non ha citato le sue fonti.
Non sono d’accordo con la pur lodevole signora.
Non la penso così e mi sembra che lei riferisca solo un luogo comune diffuso ad arte. Per contro a me risultano diversi episodi frequentemente riscontrati e ascoltati. (Vandalismi, molestie, arroganza e aggressività, disservizi, rapine, furti in casa).
Ma perché dovrei arrampicarmi sui dati, proprio io che non sono presidentessa di nulla (tranne, forse, che dei miei pomodori?) …..
postato da: Mariaserena alle ore 23:13 | Link | commenti (10)
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venerdì, 18 aprile 2008
Hugs

grazie!!!

postato da: Mariaserena alle ore 14:42 | Link | commenti (9)
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giovedì, 17 aprile 2008
Come hanno scritto recentemente nei commenti a post precedenti alcuni nostri amici, la situazione del lavoro rappresenta la frustrazione sociale di maggiore peso per coloro che hanno tra i venti  e i quarant’anni.
E in quest’ultimo decennio la realtà si è fatta sempre più problematica.
Si è iniziato dicendo che il “posto fisso” era qualcosa a cui era necessario rinunciare e che i bravi e meritevoli non ne avrebbero avuto bisogno
Si è proseguito sostenendo che il lavoro bisognava inventarselo e che la creatività sarebbe stata premiata.
Poi si è divulgata l’idea che la certezza del domani era assolutamente relativa e che era preferibile essere padroni di sé.
Questi sono stati solo i prodromi o le avvisaglie di quello che sarebbe accaduto.
Gradualmente sono infatti quasi spariti i concorsi pubblici e sono stati sostituiti con chiamate o contratti a termine, quindi si è cominciato a dare vita a contratti co-co-co, a contratti a progetto e così via. Siamo arrivati, di questo passo, a leggi specifiche sul lavoro (Biagi): qualcuno ha detto che fossero un miglioramento, altri che invece fossero la causa di una radicalizzazione della condizione del precario a vita.  Ora, però, abbandono i tecnicismi, non solo perché non sono mie competenze, ma perché credo che sia più utile vedere gli effetti  che hanno prodotto.
 
Io vorrei parlare qui di una prospettiva inversa e soprattutto diversa. Ossia vorrei descrivere quali siano i danni di una mentalità, che si è cercato di diffondere e che gradualmente è stata imposta, e soprattutto quali sia lo stato attuale innanzitutto dei cosiddetti giovani, ma anche delle famiglie a cui fanno riferimento per necessità (e involontariamente).
Iniziamo dalle famiglie. Per i genitori-nonni non c’è più l’età della pensione e del riposo. Si passa dalla vita attiva lavorativa, alla vita frenetica di nonni che tamponano situazioni di tutti i generi:  si occupano dei bisnonni e dei nipotini,  fanno la fila alle PT, dal medico della mutua, e agli uffici pubblici in generale,  accompagnano/prelevano ragazzini a scuola, fanno riparare le automobili, i vestiti e le scarpe, curano le famiglie in caso di epidemie influenzali e così via. In cambio (ovviamente non faccio casi particolari o personali, ma scrivo ciò che mi raccontano o quello che vedo) spesso pagano gli affitti dei figli, implementano la spesa, allungano i soldi per le vacanze e così via.
Però hanno in cuore l’angoscia per questi figli che non si sistemano mai. E davvero non possono imputarne colpa ai diretti interessati.
Se qualche volta esiste il bamboccione che si adagia non tutti sono però bamboccioni veri.
 
Vediamo ora la situazione dall’altra parte.
I giovani di seconda generazione (ossia tra i bambini e la terza età) hanno cercato lavoro, a volte hanno anche sprecato qualche buona occasione in nome della loro “vera vocazione” oppure hanno creduto alla favola che i concorsi non servissero e bisognasse buttarsi nella mischia e dimostrare di valere.
Risultato? Grandi sbattimenti e facciate contro muri di gomma. Ma errori ne abbiamo fatti tutti.
Hanno quindi iniziato la vita del precario. E qui inizia anche l’odissea. I pochi coetanei sistemati bene o più fortunati sono a una minoranza, per di più esigua, per cui non sono pertinenti al discorso.
 
Vediamo la situazione della maggioranza. Non riuscirò ad essere esauriente , ma sono sicura che Cate, Viv, Andrea e altri ragazzi interverranno. Anzi vorrei scrivere queste righe insieme a loro, e possiamo mettere insieme tutto quello che vorranno coi commenti e gli interventi. Vorrei dunque, per ora, puntualizzare i danni generali derivati dal precariato. E li vado ad elencare.
 
Cosa succede se si è in condizione di precarietà e si è costretti a cambiare lavoro, oppure se si sa che comunque il lavoro non è qualificante, ma si deve accettarlo per campare?
 
1)    Incertezza e ansia: e da qui niente famiglia e figli, instabilità poca autostima
2)    Frustrazione nei confronti del padrone del momento, ma anche verso la famiglia di origine.
3)    Impossibilità di crescere professionalmente: come è possibile ottenere e far valere esperienza e competenza  quando non si possono acquisire perché si deve cambiare e ricominciare continuamente?
4)    Disaffezione : il lavoro si dovrebbe amare o dovrebbe comunque corrispondere ad attitudini, interessi o capacità, ma se si prende e lascia secondo strette necessità materiali questo non accade.
5)    Impossibilità di far nascere in chi lavora uno spirito aziendalista di appartenenza (ovvio)
6)    Dequalificazione del ruolo sociale.
7)    I cosiddetti "datori di lavoro" spesso approfittano della situazione e sapendo della difficoltà di alternative esercitano mobbing sfrenato.
8)   Vogliamo parlare di retribuzioni? (poco più o poco meno di mille euro: indipendentemente da laurea o terza media; da responsabilità e specializzazioni a... manovalanza)
 
 
Questo, a grandi linee, quello che succede. Come può funzionare questo sistema? Come possiamo continuare ad imporre questa condizione ai giovani italiani? E anche la battuta sullo sposare un erede di casa reale o milionario non è tanto un'offesa; quanto un indice della difficoltà di trovare la soluzione (o il Principe Azzurro di Cenerentola con tanto di scarpetta a disposizione).
 
CONCLUSIONE: Diciamo no alle favole e sì all'impegno quotidiano. Non possiamo imitare modelli di altri paesi facendo brutte copie, e non possiamo trasformare i nostri figli in un popolo di migranti nell'angoscia quotidiana che si sentono stranieri nel mondo dei consumi. Il significato sociale e culturale del lavoro va riscopero: questo è un principio fondamentale per costruire il futuro  restituire dignità, speranza e fiducia.
 
Anche la scuola ne beneficerebbe. La motivazione è fondamentale.
Non possiamo dire ai ragazzi studiate, così sarete dei precari istruiti.
 
ps: In tutto ciò proporrei almeno una disposizione urgente ed immediata: eliminare o chiudere le rappresentanze dei sindacati e spedire tutti questi signori benvestiti a lavorare, visto che tutto quanto sopra si è prodotto con il loro consenso o disinteresse.
Sic et simpliciter.
Aspetto proposte, riflessioni e contestazioni: IL TUTTO a piè fermo....