Tempo di pomodori e tempo di fagiani
Sono arrivata sull’aia venerdì 25 accolta da un curioso verso: sembrava un cagnetto strozzato che abbaiava “erghek-erghel-erghek”; l’ho visto subito perché, per nulla intimorito, camminava sgallinando, pomposo e impettito e con un ciuffetto da bersagliere sulla testa. Colore marrone rossiccio e verde con bargigli rossi. Insomma un fagiano. “Pussa via!” gli ho gridato poco amichevole anche perché già la settimana prima avevamo scoperto che quel grassatore si era mangiato molte piantine di piselli riducendole a parvenze moribonde.
“Erghek-erghel-erghek” ha strillato quello, in fagianese marchigiano, e non si è nemmeno alzato in volo, ma è sparito infilandosi nell’erba.
Se ne è andato, abbiamo pensato. Non avrà il coraggio di tornare.
Avevamo viaggiato per 250 kilometri con 140 piantine di pomodoro amorosamente fasciate, ognuna con vasetto e cartina leggera: aria condizionata e vetri ambrati. Le mie creaturine vegetali. Erano sbarcate incolumi o appena gualcite. Subito messe all’aria a rianimarsi, e in poche ore tutte piantate sul campo; soffice e ben lavorato in precedenza.
Da casa sentivo ogni tanto il verso dei quel vanesio piumato “Erghek-erghel-erghek” e brontolavo … addio anche agli ultimi piselli; questo non lascia troppo scemo anche per avere paura.
A me piacciono molto gli uccelletti carini e gentili: le cincie che fanno il nido nei mattoni vecchi della casa, i fringuelli e i cardellini, chi là volano a stormi e si aggrappano dondolandosi alle foglie del tiglio e degli aceri, anche i passerotti mi piacciono quando razzolano come piccole galline e si spartiscono tutto quello che trovano. I merli fanno brevi corse, decollano a sedere basso e atterrano senza curarsi dei gatti: grassi e pasciuti di crocchette e senza nessuna voglia di andare a caccia.
E poi mi piace anche sentir strillare la civetta e , se arriviamo in piena notte d’estate capita di ascoltare l’usignolo. D’inverno ci sono pettirossi come piccole sentinelle impettite dal freddo. Insomma un via vai di volatili allegri e nullafacenti o quasi. A casa nostra non ci sono veleni, né diserbanti, né concimi chimici. Solo zanzariere che ci evitano anche le mosche le quali comunque hanno altro da fare. Insomma possiamo trovare un equilibrio sano, e quando i suddetti pennuti mangiano le ciliegie, ebbene pazienza: si fa ai mezzi o quasi.
Però questo fagiano è un portoghese sfacciato e per di più sfotte; basta uscire di casa per sentirsi apostrofare: “erghek-erghel-erghek… krekrekkk!!” mentre passeggia pomposo come un petulante damerino. “Ma che vuoi? Gli ringhio innervosita. Vattene a casa tua.”
Questo perché nonostante si abbia coperto i piselli di teli di non tessuto e messo strisce di alluminio svolazzante, non si è fermato. Ok, pazienza niente piselli.
I pomodori sono tutti piantati e ben sistemati in file sottili. La notte scende per un meritato riposo. Al mattino c’è il solito concerto della banda dei pennuti assortiti e sulle tegole sento rovistare i nidi. Forse qualche predatore a caccia? Va bene così. Poi Remo, il muratore ogni tre quattro anni risistema le tegole.
Ma… mi insospettisce quel “… krekrekkk erghek-erghel-erghek… krekrekkk!!” che anche già al mattino presto mi manda il caffè di tre quarti e imperversa: mi affaccio ed infatti eccolo là. Passeggia il maledetto, e si pavoneggia pure.
Chiedo a l’ing agricoltore “Hai visto i pomodori? Stanotte ha piovuto. Tutto bene?”, “Ma sì, prima ho guardato, stanno meglio di ieri.”
Sono contenta. Un lavoro ben fatto. E poi quest’anno li ho seminati con la nipotina che, vedendoli dal seme divenuti piantine ha commentato: “Nonna i semi sono esplosi ed è uscito il pomodoro!”. Beh le nonne ci tengono a queste cose.
I veri pomodori, però, non sono piante semplici. Hanno una vita alternativa (ed io una mission su di loro).
Per convincersene basta assaggiare quelli del supermercato: insapori e plasticosi, vetrosi e asettici, quelli che, con lievi oscillazioni di prezzo e indifferenti all’alternarsi delle stagioni si trovano tutto l’anno.
Questo non significa che non esistano più i pomodori veri, quelli con il profumo, il picciolo verde, la carne soda; quelli che non si mummificano se li lasci nel cestino in cucina.
Ma bisogna guadagnarseli col lavoro. Insomma se non te li coltivi ti devi accontentare.
Per questo, da quando abbiamo fatto l’avventata scelta di avere una casetta in campagna (rinunciando a altre più varie vacanze) mi sono dedicata ad ottenere il mio gusto preferito di pomodoro. Una letterata impomodarata insomma. Ma non mancano gli estimatori.
Il primo anno avevo comprato le piantine, ma mi non mi davano soddisfazione. I pomodori venivano distinti, dal rivenditore del paese, im “lunghi” e “tondi”. Come sarebbe, ho pensato? Avranno pure un nome… anche perché sono troppo maniaca per accontentarmi di una definizione superficiale e “le piantine comprate” avevano un’aria industriale e poco personalizzata e un sapore standard… buono, ma volevo di meglio.
Allora ho iniziato ad acquistare i semi online dai fratelli Ingegnoli.
Ho anche imparato a seminarli e a far crescere le piantine che poi vengono interrate nel campo. Le prime sono venute un po’ anemiche, ma poi sono diventata brava.
Quando andavo a scuola le regalavo anche ai colleghi che ovviamente dicevano cose meravigliose, ma poi le lasciavano languire sul balcone come se fossero insulse piantine ornamentali. Me ne sono un po’ offesa.
Il pomodoro richiede cure maniacali, ma divertenti.
A gennaio, dopo aver consultato un lunario di quelli seri, scelgo il giorno della semina e tengo conto non solo della luna calante o crescente, ma anche dei segni in cui la luna stessa si trova. Poi semino in semenzaio. Roba seria e studiata con cura. Non racconto tutto il processo, ma le cure sono attente e continue fino al momento del trapianto su un vasetto più grande da cui, alla fine di aprile si tolgono per procedere alla piantagione. A quel punto li seguo, ma soprattutto attendo con ansia i fiori e poi i frutti. Una piccola mania che comunque dà risultati allegri.
Insomma è il 26 aprile e tutto procede come da tabella. La mattinata è tranquilla nonostante il periodico “… krekrekkk erghek-erghel-erghek… krek” di monsieur fagiano che cerchiamo inutilmente di allontanare e non si lascia sgomentare nemmeno dalla vecchia tromba da stadio (un po’ sfiatata) che ho ripescato da uno sportello dove tengo roba vecchia e non ricordo come sia finita là. “PEEEEE!” niente da fare.
“… krekrekkk erghek-erghel-erghek… krek … KKKKrekk”.
E qui il dramma a fosche tinte: da un’ulteriore ispezione alle creaturine vegetali risulta che lo stupido fagiano ha scoperto le piantine di pomodoro e ne ha decapitate quattro o cinque. La famiglia impallidisce: forse temono di più la mia ira che le conseguenze del banchetto fagianesco. Le MIE piantine mangiate??? Fagiano maledetto, questa non te la passo.
Hai passato il segno e la tua sorte vacilla.
(continua)