Per chi ha voglia di leggere una storia vera, mai raccontata, e solo un poco modificata
Un dopo-esami di Profi
Il ronzio del telefono la scosse ma cercò di ignorarlo.
Non le andava, non voleva proprio rispondere e cercava di ignorare quel del telefono che friniva soffocati stridii di imprecisabile provenienza. Gli esami di stato erano finiti da meno di ventiquattrore e le sembravano giustamente conclusi e accantonati. La scuola è un organismo lento e arcaico da bradipo, pensava, possiede la felice proprietà di archiviare inesorabilmente il presente e di esorcizzare il futuro settembre come un’era geologica a venire minacciata da spiritate cassandre, ma cui si può fare a meno di pensare.
"Gli esami sono finiti e i colleghi sono lontani dalla mia stanza/ e tutti gli alunni ce l'hanno fatta a passare l'esami/ adesso mi posso riposare/ e lasciare da parte i problemi/ ... e dormire fino a domani..." canterellava sottovoce storpiando senza pietà la bella canzone di Venditti che i suoi ragazzi avevano scelto come inno di fine anno.
Questi erano i pensieri in libertà di Profi, immersa nella modalità di ricreazione personale e meritata.
Quando andrò in pensione, si diceva, non sentirò tanto la nostalgia dell'inizio dell'anno scolastico quanto, semmai, dell'ultimo giorno di scuola che mi dà sempre, la stessa sensazione di fuga felice, come quando ancora andavo alle elementari.
Era tranquilla e, sperando di non essere udita, continuava ad accennare altre più vecchie canzoni ".. non cambiare, stessa spiaggia stesso mare... je vois la vie en rose, il est entré dans mon cœur, une part de bonheur..." salticchiando dall'una all'altra senza nessun nesso "... quando vien la sera...! love love me do ... il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me".
La giornata era calda e invadeva tutti i pori della pelle; la luce bianca entrava dalla finestra e lei guardava il cielo; quasi si aspettava di veder ronzare uno di quegli scoppiettanti aeroplanini ad elica che solcavano il cielo della Romagna e che, bambina, vedeva rombare sulla spiaggia del mare di Cattolica con lo striscione pubblicitario AMBRA SOLARE o CAMPARI SODA lasciando una scia di fumo e una pioggia di volantini pubblicitari : "Questa sera gran galà al Dancing Verde Luna di Riccione, la Perla dell'Adriatico, spettacolo con ballo!"
Profi si adagiava dunque nei ricordi, nelle ferie e nel suo mondo privato.
In realtà, al momento, la sua casa non era particolarmente conveniente all'intimità domestica, visto che vi scorazzavano da vari giorni gli elettricisti, i muratori nonché un paio di energumeni, senza precisa qualifica, che sembravano sbarcati dal Caine e davano continuamente ordini: "Me serve ‘na scala più corta", "Ma non c’è l'ha un avvitatore? a questo se so' esaurite le pile", "… Signora! la chiave della cantina: subito però!","Aho! Qui stacco tutto: smorzate i computer. Adesso levo l’antenna della televisione e tra dieci minuti isoliamo er telefono", "E st’armadio? Qui m’empiccia! ‘o dovete spostà."
Per di più gli invasori sciamavano invadendo tutti gli spazi, compreso il bagno che era riservato ai loro abiti, le scarpe e gli attrezzi. Sul letto, nonostante un patetico tentativo di protezione con un telo di plastica, planavano quotidiane dosi di farinosi calcinacci; il frigorifero era stato sloggiato dietro al tavolo del soggiorno, insieme alla lavastoviglie e le sedie di casa prendevano aria buona sul balcone.
Profi sopportava il disagio dei lavori indispensabili alla sua casa, un’abitazione un po’ vecchiotta e da rinnovare, ma che lei considerava la tana migliore che avesse avuto, anche se aveva sperato di evitarlo con la scappatoia degli esami. Un po’ di pazienza ancora per qualche giorno, si diceva, e alla fine tutto si sistemerà.
Decise che quello che continuava a suonare era probabilmente il cellulare di uno dei muratori e con un libro in mano, rincantucciata nella vecchia sdraio scovata in ripostiglio e spostata in angolo provvisoriamente disponibile, si ripeteva cantilene di formule rassicuranti.
Eccomi a casa, e non a fare esami in aula afosa e poco pulita, in ostaggio dei colleghi, costretta a discutere su tutto, a sopportare le solite spiritosaggini sfiancanti, a subire critiche indirette e frecciatine maligne; a casa mia, e non a sudare seduta di sghembo su una di quella specie di sedie ondeggianti con le gambette metalliche tutte storte e il sedile di compensato scheggiato che si aggrappa ai sottili abiti estivi (vestimenti leggieri…freschi pensieri).
Nel soggiorno, traumatizzato dall’invasione, le poltrone erano affastellate sottosopra sul divano e di là gemevano rassegnate, formando una sorta di intreccio purgatoriale su cui era stato ammucchiato di tutto: i quadri, i fustini dei detersivi, gli attrezzi di cucina, gli ombrelli e altri oggetti che impicciavano.
Le sue care ceramiche erano state sfrattate senza un perché, e collocate in bilico sul televisore, un recente sony stereofonico con ricevitore satellitare acquistato a rate grazie ad una lacerazione non proprio indolore per la carta di credito.
Non devo fare la difficile, si pensava lei; questi sono giovanotti che sudano, lavorano e hanno bisogno di spazio per procedere più velocemente.
Chiederò al portiere di scusarmi con i vicini nevrotizzati dal ringhiare dei trapani elettrici che imperversavano sbrindellando la loro quiete signorile di impiegati di banca in pensione.
Non sarebbe stato facile, ma comunque meno arduo che convincere il collega Magliapesante a non sbraitarle nelle orecchie investendola di umidi afrori.
D'altronde, anche se un po’ formali e impettiti, i condomini erano soltanto compiti cittadini e regolari esseri umani, e non entità diffidenti e minacciose come la collega Sonaglini, allestita in frusciante di chiffon sintetico fosforescente, e decisa a ribattere, ritorcere puntualizzare, svellere e sbriciolare ogni umana forma di possibile dialogo.
Certamente tutto il palazzo avrebbe sospirato di giustificato sollievo quando gli eterogenei mobili di Profi, ora parcheggiati sul pianerottolo con un effetto davvero imperdibile: tra pop art, Duchamp e mercatino dell'usato, fossero tornati a cuccia dentro casa.
Le sembrava che lo squillo insistesse a interrompere i suoi pensieri: “Aho'! non risponde? Guardi che 'o devo stacca'; ma che fa, signora? Non ce sente?”.
Non mi va di rispondere.. ma dovrei farlo, ecco ora mi alzo e vado pensò rassegnata, ma rallentando i movimenti nella speranza che smettesse da solo. Svogliatamente mosse solo un braccio.
“Professoressa è lei? Le passo il Preside” annunciava la voce inquietante di Valentina, che di solito le dava del tu chiamandola sbrigativamente solo per cognome.
“E...? No, guarda Valentina, non me lo passare proprio e poi perché?”
“Glielo passo professoressa… attenda in linea!”
Mmm… pensò tra sé, e ora che vuole questo; però si comportò come se stesse rispondendo a una telefonata attesa e gradita e ascoltò la voce stridula:
“Professoressa!”
“Salve Preside! Come sta?”, rispose tentando una tonalità di cinguettio frizzantino. “Che succede di nuovo? Ci siamo salutati solo ieri! Non me lo dica, lasci che indovini: ci siamo dimenticati la solita firmetta sull'incarto sigillato del plico degli esami…”
“Professoressa! Deve venire subito qui.”
“Via Preside, sta scherzando vero?”
“Professoressa!” (e dai!) “Ho davanti a me il Presidente di Commissione”
“E..?”
“Professoressa, ascolti bene. Stanotte Qualcuno…” (le maiuscole, non chieste dall’ortografia, ma chiaramente intelligibili, si percepivano nettamente, tutte sottolineate dallo scandire forzato e chioccio della voce del DS che sembrava stesse dettando un verbale). “ha forzato l’Aula della Terza Commissione e compiuto atti di vandalismo. L’armadio degli Atti non risulta aperto, ma i muri sono stati imbrattati da disegni osceni e scritte con insulti ai professori; sono stati sicuramente i Suoi Alunni! Lei, che è di lettere, ne riconoscerà le grafie, altrimenti il Presidente chiederà una perizia calligrafica…”
L’atteggiamento vacanziero ed ottimistico che Profi si era concessa, subì una scossa violenta e definitiva.
Le mancò il respiro, e si sentì come se le fossero caduti addosso, tutti insieme, i 5346 litri di liquido che uno dei canadair, in quel luglio arroventato in azione sui litorali infestati dagli incendiari, è agevolmente in grado di rovesciare in 12 secondi.
Annaspava, cercando di immettere dell’aria dove più era utile per il suo svuotato organismo, ma il DS proseguiva inesorabile: “Professoressa! Ha capito? Il Presidente, vuole chiamare i Carabinieri; è una cosa seria.”
Profi farfugliò in apnea ingarbugliate sillabe dislessiche , “ma, ma, ma ...”
La voce sempre più alta incalzava: "Lei sa come me, professoressa, non è vero, certo che lo sa, quanto sono importanti gli Atti degli Esami di Stato e quanto sia stato grave entrare nell'Aula in cui sono custoditi. Il Presidente intende annullare gli esami"
La sensazione che qualcosa stesse cadendole addosso travolgendola e strappandola via non si allentava e in realtà già tutto le stava sfuggendo: non sentiva più la cornetta del telefono tra le dita inerti, il labbro inferiore cadeva in giù verso il mento, le spalle si appoggiavano alla parete devastata dalle nuove tracce per i cavi elettrici; Profi percepiva di scivolare tutta in giù, con la schiena slittante lungo il muro, mentre lasciava una scia sulla polvere recente. Si trovò seduta per terra (e dove sennò, le sedie erano in villeggiatura sul balcone), le gambe flesse, sui calcinacci e i cavi elettrici, con i muratori che in un continuo andirivieni passavano, tra aromi agliacei e d’altro tipo, scavalcandola: "a signò, già sta casa è un macello co’ tutti sti impicci e sti libri, noi stamo a lavorà, ma se lei nun se scanza…"
Si passò lentamente una mano tra i capelli, ritti in capo, avvertendoli come induriti (angoscia? polvere?) e fu assalita da altre percezioni che la incalzavano contemporaneamente. Gli ultimi mesi di scuola, come un caleidoscopio di fotogrammi impazziti, le passarono davanti mentre tentava di formare frasi di risposta al Preside, che le parevano però insufficienti.
La prima reazione era, infatti, stata di totale rifiuto ed incredulità.
Ma cosa sta dicendo il DS? E' come un crudele video-gioco-quiz... devo rispondere Vero/Falso - I miei alunni…No, non può essere, non è vero, dunque è tutto falso. - Mi stanno raccontando una balla, non possono essere stati loro, dunque è falso - Ho fatto molto per questi ragazzi e loro sono tanto cambiati e dunque è falso - Mi vogliono bene, sanno quanto mi dispiacerebbe se facessero una cosa così e quindi non c’e niente di vero. Falso, falso , falso...
Profi si dispose dunque a negare comunque.
Inoltre, pur stordita dello shock, era indignata per quel modo di apostrofarla: “… i Suoi alunni…”, usato, come al solito, per marcare solo le critiche non soltanto dal Dirigente, ma anche da colleghi e bidelli, e che in automatico la faceva passare, senza nessuna mediazione, dalla loro parte.
Mentre pensava ad una via di uscita, Profi cercava di reagire il più velocemente possibile.
Strappata dalla modalità inerte in cui si era finalmente adagiata come in un porto sicuro, si sentiva nuovamente assediata da un’ansia violenta da cui, solo pochi istanti prima, era certa di essersi messa in salvo.
Tentava di riorganizzare i suoi pensieri per ritrovare se stessa, ma la marea ostile incombeva soffocandola, come una vortice polveroso e asfissiante.
Si affannava a riordinare in fretta i pensieri in una lotta quasi fisica affrontando un confronto di logiche opposte.
Certo di averla colpita, il Preside dava per scontata la sua sottomissione e lei, intuendolo, cercava di guadagnare un po' di tempo per ragionare, e nel frattempo la voce al telefono proseguiva, parlava, ordinava, ma per il momento sembrava non aspettasse risposta
Senza ammetterlo Profi aveva atteso, per tre anni, il momento in cui, concluso il suo lavoro, avrebbe potuto tagliare il legame, stabilito all’inizio per stringente senso del dovere, ma poi coltivato con curiosità, interesse e partecipazione crescenti, con i suoi studenti. Vi si era dedicata, sospesa tra sfida e caparbietà, fino a provare una sorta di senso di colpa nei confronti dei colleghi, e di tutti quelli che continuavano a chiamarli sfaticati, arroganti, teppisti o anche peggio ed imputavano lei di complicità trasgressiva.
Era stata presuntuosa? Qualcuno lo aveva insinuato: chi si credeva di essere per pensare di riuscire a modificare ad educare quella sorta di scialuppa d’appestati? Tagliare, potare e bocciare… la sola ricetta per sopravvivere affermavano i portatori di sane certezze pedagogiche..
Invece lei aveva analizzato la situazione con la pazienza cocciuta di una merlettaia di tombolo: i fili, i fuselli gli intrecci, il disegno complesso da realizzare era là, si poteva vedere in controluce; tutti gli altri avrebbero potuto vederlo solo avessero cercato; come aveva cercato lei.
Sorretta da una congenita allergia per gli schematismi e da un essenziale e ostinato senso pedagogico si era persuasa che l’insofferenza verso le regole, l’incoerenza, la brutalità dei comportamenti, le provocazioni ossessive di quella classe fossero in realtà una specie di spessa crosta, complessa e stratificata; un abito per mostrarsi o apparire; un modo di venire alla luce senza confessarsi troppo; ma che sotto ci fosse dell’altro e non necessariamente di meglio.
E infatti c’era altro: problemi e disagi, diffidenza e degrado, ma anche intelligenza, sentimenti e creatività che molti non avevano voluto vedere.
Riviveva un film vorticoso che la trascinava in fuga verso il passato: facce, suoni, situazioni, luci, odori istantaneamente affastellati; e, minuto per minuto, le lunghe ore di lezione; in particolare i giorni in cui aveva deciso di sintonizzarsi su loro per iniziare una lunga partita senza barare, anche soltanto per attrarli ad un dialogo onesto con lei. Flash dei consigli di classe (professoressa solo lei ci ha difeso!) in cui Sonaglini e La Guardia l'accusavano di paternalismo, di lassismo, in cui perfino il collega Trotta, di Educazione Fisica, affermava che non c'erano voti abbastanza bassi per loro, e il collega Animamia la raggelava, sprezzante verso i suoi tentativi di analisi. E ancora, il sarcasmo dei bidelli arroganti solo con lei: "Professoressa venga a vedè come hanno ridotto l'aula, è un porcile, 'no schifo, gliela faccia pulì a loro, noi non lo facciamo". "Il corso A telematico? quelli non ce provate proprio a mandarli ar piano mio... nun li vojo manco vede." Per non parlare dei colleghi "Ma come mai la tua classe si comporta così? hanno problemi?"
Dimostrare che con loro si poteva far scuola era stata la sua sfida; una sfida che pensava di aver sostenuto forse spirito di contraddizione, ma anche con serietà e slancio e senza compromessi.
Non le importava di aver vinto (e contro chi, poi, avrebbe vinto?); al contrario le importava spasmodicamente d'essere riuscita a stabilire attenzione e comunicazione, interesse e fiducia reciproci.
Quella connessione era stata la chiave volta.
Erano ancora una terza, quando aveva definitivamente deciso che quella sarebbe stata davvero la sua classe. Il mercoledì precedente l'inizio delle vacanze di Pasqua, presa da un'irrazionale impulso, aveva comprato un grande uovo di cioccolato. L'aveva portato in classe, nascosto nella sua solita informe cartella e aveva annunciato: "Ho una cosa per voi, ve la darò alla fine della lezione se vi comportate bene". Avevano accettato il gioco; la seduzione del gioco era un meccanismo infallibile con loro. Pochi minuti prima del suono della campanella tutti stavano ancora seduti nei banchi e lei aveva aperto piano la borsa. L'incarto metallizzato e lucido dell'uovo aveva crepitato e subito Daniele, che aveva intuito, strillava: "A regà, nun ce posso crede! ci ha portato l'uovo di Pasqua!"
Urla selvagge si erano sfrenate: Profi non le aveva ascoltate, ma aveva guardato dentro ai loro occhi: accesi, raggianti, da ragazzini... poi il sempre affamato Adriano era volato per primo verso la cattedra con la mano protesa, l'aveva sbattuta, violento, frantumando la cioccolata ne aveva preso il pezzo più grande ficcandoselo tutto in bocca; in due secondi non c'era nemmeno più il profumo di cacao nell'aria. Ma tutti sorridevano, compresa lei, perchè Riccardino (soprannominato tongola, roncola, pingola, tingola, fringola,vongola) aveva protestato: "Non ne avete lasciato neanche un po' alla prof!" e gli altri si erano, un pochino, imbarazzati tanto che qualche mano si era aperta offrendole le briciole quasi sciolte. 
Sì, quella volta Profi, rinunciando a capirsi, aveva sentito il suo cuore frullare contento.
Eppure, già molto prima di entrare in quella così particolare classe, era consapevole che con i ragazzi, e con gli studenti in particolare, non si va a stabilire un legame senza tempo.
L’attrattiva e il fascino del suo lavoro, nel quale lei nascondeva la sua antica vocazione ad incidere l’indifferenza e scalfire l’ignoranza, erano proprio l’instabilità, le scadenze che arrivano troppo presto o troppo tardi, la consapevolezza di dover ottenere risultati complessi, ma con margini definiti. Tutto questo lavorando senza rete e senza trucchi, altrimenti non ci sarebbe stato, per lei, altro che la frustrazione del rinnegare se stessa.
Dunque proprio in quel groviglio, quasi inestricabile, di adolescenti barbari e strafottenti, indifferenti ed emotivi, Profi aveva creduto di riconoscere una realtà emblematica, anche se selvaggia, che l’aveva irretita: se riesco con loro, aveva spericolatamente pensato, anche tutto il prima e tutto il dopo avranno un significato.
E loro l’avevano riconosciuta.
Era stato tuttavia essenziale che nel patto instaurato con i ragazzi, fossero chiari quei confini e quelle scadenze; e imprescindibile che l’insegnamento non potesse durare più a lungo per non degenerare nell’inutile fallimentare fatica di un'insalata di vani tentativi e sentimenti stonati.
Il passaggio dei ragazzi nella scuola ha un senso proprio in quanto movimento verso il mondo.
Aveva perciò lavorato, ma nello stesso tempo atteso e desiderato il momento in cui sarebbe stato possibile e naturale non soltanto troncare quel legame per separarsene con sollievo, quanto alleggerirlo dalle responsabilità didattiche e lasciare che, concluse quelle, si trasformasse, per chi tra i suoi ragazzi l’avesse spontaneamente voluto, in qualcosa di diverso: senso di liberazione, nostalgia, voglia di crescere, emancipazione o miscuglio di sentimenti liberamente associati.
Ed era sicura che lei se ne sarebbe arricchita: in fantasia e leggerezza, ironia e gratificazione.
Invece quella mattina, nel caos della sua casa sottosopra, la voce nella cornetta sempre strepitante, si sentiva investita da un’aggressione inaspettata e ingiusta e trovava priva di senso e di logica l'imposizione del processo sommario decisa dal Preside: è successo, so chi è stato, lei deve intervenire.
Profi individuava in sé due stati d’animo prevalenti che, intrecciati tra loro, assorbivano le sue capacità di reazione.
Il primo era il fastidio. Il secondo era il rifiuto.
Fastidio per l’approssimazione, l’inadeguatezza, la presunzione con cui i due dirigenti in causa, Preside e Presidente, stavano gestendo l'accaduto.
Durante gli esami, ad esempio, chiunque avrebbe potuto notare che alle Commissioni erano state consegnate le chiavi delle aule senza cambiarne le serrature.
Era stata una leggerezza che le aveva dato da pensare perchè come ogni anno, all'inizio delle lezioni, a ciascuna classe erano state assegnate due copie delle chiavi dell'aula in modo da poterla chiudere, senza scomodare i bidelli, e non lasciare oggetti, cellulari o denaro incustoditi quando i ragazzi fossero andati nei laboratori o nelle palestre. Ovviamente le due copie di chiavi potevano esser diventate quattro, sei o anche di più per evitare di rimanere senza le chiavi se i responsabili della classe si fossero assentati; perciò anche se le due chiavi iniziali erano certamente state restituite, esistevano altre copie di proprietà non più identificabile. E nessuno se ne era curato.
Ma lei sentiva anche un rifiuto istintivo, della lacerazione che il fatto denunciato, avrebbe causato nel consolidato agglomerato di sentimenti ed esperienze che pensava di aver stabilito con i ragazzi.
Un rifiuto, totale, sordo, categorico.
Invece di reagire, replicando, alle affermazioni univoche che provenivano dal telefono (ma perché, poi, dopo aver praticamente impedito qualsiasi attività in casa, gli elettricisti avevano lasciato in funzione proprio il telefono e non lo avevano isolato subito quella mattina…) tentava di interpretare la realtà da altri punti di vista e di trovarne le altre possibili spiegazioni.
Silenziosamente, si dava una serie di prescrizioni: concentrati sul presente, non divagare, risolvi questa situazione, devi uscirne; ma allo stesso tempo, demoralizzata e sempre più frenetica pensava cose senza senso: sono iniziate le vacanze, dovrò chiedere a Mailin di venire a pulire quando gli elettricisti se ne andranno; questa è solo una telefonata e quando attaccherò sarà tutto finito; ma che vuole da me questo Presidente che fino a ieri nemmeno mi salutava?
E nella contorta ramificazione emotiva generata dalla faccenda in atto, sentiva introdursi nel suo animo un'ulteriore afflizione, perchè sulla gerarchia tra esseri umani in generale, sui Dirigenti scolastici in senso lato, e sui Presidenti di Commissione in particolare, l’anima democratica di Profi aveva le sue belle perplessità da risolvere.
Probabilmente non era quello il momento di affrontare una questione da massimi sistemi, tuttavia la sua impaziente voglia di giustizia non riusciva a sottrarsi alla questione particolare. Chi, come, perchè, con quali titoli e preparazione si è nominati "Presidente", carica peraltro da sempre piuttosto ambita e richiesta.
Con i precedenti ordinamenti degli Esami di Maturità lei stessa, senza rimpianti o rimorsi, aveva accettato più volte la nomina a Presidente.
In quelle occasioni si era preparata e aveva studiato la normativa fino a saperla a memoria e risolto, così riteneva, quello che c’era da risolvere. Se qualcosa le era sfuggito era però certa di evitato di snaturare un incarico serio e di averlo svolto con attenzione ed equilibrio e non con impersonale freddezza burocratica.
Invece il Presidente nominato nella sua scuola si era dimostrato un rigido esecutore di formalità, non aveva seguito né ascoltato nemmeno un esame, aveva ratificato i risultati impugnando la calcolatrice e distribuito schemi di verbali fotocopiati... insomma uno spento, ma puntiglioso travet imprestato dall'Educazione Fisica alla Dirigenza degli Esami di Stato.
Nell’alienazione provocata dalla telefonata che stava ascoltando, pur abbattuta dallo sdoppiamento e triplicamento delle sue reazioni in apnea cerebrale, Profi non riusciva a far tacere il suo personale eccepire.
Assediata dal vorticare di polvere, da calcinacci e oggetti fuori posto, da odori di presenze invadenti e da fili elettrici che schioccavano, da trapani incessanti che percuotevano e foravano, lei si appigliava faticosamente alle sue logiche sbrindellate dall'incertezza.
Reimpostava la mente e finalmente decise: se come affermavano Preside e Presidente, qualcuno si era davvero introdotto a scuola aprendo la porta dell'aula della Terza Commissione, che doveva essere chiusa e sigillata, nonché custodita con la dovuta attenzione allora c’erano ovviamente dei colpevoli che avevano commesso il fatto; ma senza dubbio c’era anche chi non aveva prestato sufficiente attenzione e scrupolo al suo lavoro, chi non aveva dato disposizioni adeguate al personale, chi si era comportato con leggerezza mostrandosi sottodimensionato rispetto all’incarico assunto.
E il Presidente non poteva permettersi di cavarsela scaricando accuse su altri, invocando Polizia e Carabinieri, né tanto meno di chiamando Ispezioni o millantando che avrebbe annullato gli esami, come stava divertendosi a minacciare. Avrebbe dovuto invece prendersi una generosa dose di Valium, o di un'altra benzodiazepina a sua scelta, e cominciare a pensare nell’ordine a: dove aveva sbagliato, far meno chiasso possibile, rimediare e risolvere i suoi errori.
Troncare e sopire.
Si doveva trattare solo di un equivoco. Ed avrebbero fatto il loro bene a persuadendosene anche i dirigenti responsabili: Preside e Presidente
Se invece avesse subito le istruzioni dei due incapaci dirigenti avrebbe dovuto affrontare la folla dei tanti episodi, piccoli o no, che tornavano verso di lei e nessuno dei quali era disposta a smentire né a cedere né a dimenticare strappandoseli dal cuore, in cambio di una esordiente estraneità, di un atto di mediazione o di un compromesso.
Ecco farò proprio così, concluse finalmente profi; risponderò, come sempre, quello che penso. Sarò cortese, ma formale e dirò: “Non vengo Preside, e anche volendo non potrei allontanarmi da casa."
L'ordine perentorio arrivò e fu dato in forma di domanda: “Dunque che fa Professoressa? Non viene?”
E, felice di avere preparato una risposta disubbidiente, ma credibile lei replicò: “Non vengo Preside, e anche volendo non potrei allontanarmi da casa su due piedi; ho gli operai in casa ed, essendo iniziate le mie ferie, ho dato la mia disponibilità ad essere presente per i lavori.”
"Gli esami sono finiti e i colleghi sono lontani dalla mia stanza/ e tutti gli alunni ce l'hanno fatta a passare l'esami/ adesso mi posso riposare/ e lasciare da parte i problemi/ ... e dormire fino a domani../. Ma come fanno i professori di Educazione Fisica con la camicia a quadrettini a diventare Presidenti..."
Colse voci che sbraitava in romano-rumeno:
"Ho capito... sta casa caciara: marito escito, fija nun sta qui mai, e questa abbioccata...".
"Statte zitto mo' ce parlo io: A signo' ma che dorme?! facci quarcosa! Che je prende? rispondo io?"
Profi cercava di aprire gli occhi e di rispondere, alla fine tirò fuori un po' di voce, alla meglio, e: "No, no, non serve. Anzi lo stacchi, lo stacchi pure quel telefono, non aspetto nessuna chiamata...proprio ... nessuna". E sbadigliò soddisfatta.
No, proprio non voleva, non le andava per niente di rispondere al telefono... le vacanze erano iniziate, e non si poteva mai sapere...