Il mio profilo su Facebook
Profilo Facebook di Mariaserena Peterlin
chi sono

Visit La scuola che funziona
Utente: Mariaserena
Nome: Maria Serena Peterlin
Ascolto, osservo e leggo. Mi interesso di letteratura. Mi occupo di formazione, scuola ed educazione. In questo blog parlo soprattutto di problematiche giovanili e di interessi culturali e questioni di attualità. Pubblico qui i miei scritti, racconti, ricordi, foto e disegni e le mie libere parole.
commenti recenti
Il mio volume stampato
archivio
categorie
114
1492 12 ottobre
1962
1969
1989
5 maggio
aborto
abruzzo
abruzzo emergenza
abruzzo sisma
abusi
abusi dui bambini
abusi sui bambini
abusi sui minori
accanimento terapeutico
accoglienza
aci
adolescenti
adolescenti violenti
adolescenza
adozione
adozione a distanza
adulti genitori
aedotitano
aedo titano
africa
aggressivtà
aiuti
alba
alcolismo giovani
alcool
alemanno
alessandro74
alfonso gatto
alighieri
allagamento
allarme web
alpinismo
alunni
alunno x
alzabandiera
amaritudine
amici
amicizia
amore
andrea
andrea a
andrea b
annamaria franzoni
anni
anni 50
anno scolastico
anno zero
antibuonismo
antidroga
antipedofilia
antipolitica
antisemitismo
anti pedofilia
antonio saccoccio
anziani
aquilaterremoto
arangio ruiz
arte
arte e sentimento
arturo onofri
ascolto
assunzione docenti
atac
ateismo
attenzione
attualita
attualità
attualità violenza
auguri
automatico elettronico
autostrada
autostrade
autunno
aut el
aventino
avvenimenti
avvento
a a a andrea
badante
badanti mogli
bambina
bambine
bambineadolescenti
bambini
bambini rapiti
bambino
bamboccione
bamboccioni
bamboccioni no grazie
bandiera
bandiera italiana
barbara
barcvarolo romano
baviera
beatles
beethoven
befana
bellezza
benazir
benedetto xvi
benigni
benigni e dante su splinder
bennato
berlusconi
bersani
bertolaso
bicicletta
blog
bloggando
blogger
blogosfera
blogosfere
blog didattici
blog didattico
blog di serena peterlin
blog di serena ricci
blog e media
blog sala docenti
bocciare
bocciati
bocciature
bonolis
bossi
brujaloca
brunetta
bullismo
bullo
buonismo
buon natale
buzzati
caffarella
calcio
calendario
campagna
campania
campidoglio
cantautore
canto popolare
canzone
canzone napoletana
canzoni
capodanno
cardarelli
carfagna
casa
casa mia
casa mia in campagna
casa nostra nelle marche
caso di mala scuola
cattivi esempi
cattivi maestri
cavaliere azzurro
cellulare
cellulari
cenerentola
cervello
cervicale
chiara pocci
chiara poggi
ciccio
ciccio e tore
cina
cinema
cinghiamattanza
cinque in condotta
civiltà
classe
classe 89
classe virtuale
classi ponte
claudio
clooney
clownterapia
cocaina
cogne
collegio docenti
collodi
colonialismo
como attualità
compito di matematica
compleanno
compravendita
computer
comunicare
comunicazione
comunicazione televisiva
concertone
condotta
confronto generazionale
consenso
consigli classe
contenuti
copia inolla
corriereit
corsi di recupero
corteo
costume
co co co
crediti formativi
crioconservazione
crioconservazione e fertilità
criofertilità
crisi
crisi culturale
crisi della scuola
critica
crocifisso
cultura
cultura nuova
cultura sul web
cultura su splinder
cuore
dante
dante alighieri
dante su notecellulari di marias
dante teoria amore
davide
davide di ciccio
davide marco e la band
davide p
davide vocedivina
debiti scolastici
delitti
delitto
denise pipitone
denuncie
deputati
deserto dei tartari
destra
de amicis
dialogo
diario
diarioscuola
didattica
difesa bambino
dinamite creativa
diossina
dio
diritti
diritti dei bambini
diritti dei giovani
diritti infanzia
diritto alla vita
diritto al lavoro
disegni pensieri
disegno
disegno poesia visiva
disney
disoccupazione
dna
docenti
docenti precari
docenti universitari e scuola
domenica
domenica delle palme
domenico peterlin
donna
donne
donne fertilità
droga
droga a scuola
droga e scuola
eboo
ebook
ebook la classe non è doc
ebook mariaserena
ebook peterlin
eccellenze
ecologia
ecstasy
edcazione
editoria
edoardo b
educational
educatori-insegnanti
educazione
educazione civica
educazione dei sentimenti
educazione politica
edunet
edunet blog
edutube
eguaglianza
elezioni 2008
eluana
eluana englaro
emanuele
emozioni
englaro
esame di maturità
esami
esami di stato
esami settembre
esondare
esperanza
estate
eutanasia
e book praticomondo
e gli altri dell 89
fabrizio
faceboo
facebook
famiglia
famiglia patriarcale
famiglie
favola
favola cellulare di mariaserena
favole
fb
fede
felicità
fertilità
festa della mamma
fiabe e bambini
figli
filastrocca
filastrocche
fioroni
fioroni il dottore della scuola
fioroni news - agi
fioroni the best
fisica
fiume
flip book
formazione
formazione classi
forza giovane
foto
foto mie foto
foto roma
france
francese
francia
franti
franzoni
fratellanza
fraternità
freddo
fuccillo
futurismo
futuro
g8
gaber
gabriele
garante infanzia
garlasco
gassman
gatti
gelmini
gelmininotecellalaro
genitori
genitori a colloqui
genitori degli alunni
genitori e figli
geometria
geppetto
gheddafi
ghiaccio
giallo
gianluca
gianni
giappone
gigi proietti
gino paoli
gioco
giornalismo
giornalisti
giornalisti e scuola
giovani
giovani donne
giovani e la politica
giovani su notecellulari
giovanni pascoli
gita
gite scolastiche
giurisprudenza
giustizia
giusy ferrero
gogle
goldoni
google
gossip
governo
gradimento
graduatorie
graduatorie insegnanti
grammatica
grammenti materni
gratis
grecia
grillo
halloween
hemingway
hotel
idee
ilaria subacchi
il futuro dei giovani su notecel
il mio libro
il ragazzo p
immigrati
immoralità
impresa lunare
indagini
inediti
infanzia
infanzia senza tv
informatica
informazione
informazione corretta
informazione corretta sulla drog
inglese
inizio anno
innocenza
innocenza abusata
insegnamento
insegnanri
insegnanti
insegnanti doc su splinder
insegnanti precari
insegnare
insegnare stanca
integrazione
intellettuali
intercettazione
internet
invasione
io
istituto tecnico
istruzione
italia
italiano
i giovani su notecellulari su sp
i maggio
i miei lucignoli
i miei ragazzi
jago
jospeh roth
la/
la7
laquila
latino
lavoro
la badante
la classe non è doc
la classe non è doc di maria se
la classe non è doc e-book
la classe virtuale
la compagnuccia giovanna
la mia classe
la scuola su splinder
lega
leggere
leggi razziali
letteratura
lettere
lettura
lezioni italiano
le dolenti notecellulari
liberazione
liberta di espressioni
libertà
libertà partecipazione
libertà va cercando che è sì
libia
libri
libri digitali
libri on demand
libro
libro di mariaserena
librro
licenziamento
liceo
link splinder
longbardi
luce nelle tenebre
luciano pavarotti
lucignolo
lucio battisti
ludwig
luigi mariano
luimariano
lulu
lulucom
lulu com
lulu com editoria on demamd
luna
madre
madre di luce
madri
maestra
magnetismo
malattia mentale
maleducazione mediatica
mali della scuola
maltusiana
mameli
mamma
mamma acrobata
mamma la turco
mamme
mandorlo in fiore
manifestazione
manzoni
maquillage
marche
marco kappa
mare
mare-mare-mare
mare adriatico
mariaserena
mariaserena news
mariaserena notecellulari splind
mariaserena p
mariaserena peterlin
mariaserena peterlin ricci
mariaserena rurale
mariaserena scrittice
mariaserena sul neofuturismo
maria serena
maria serena peterlin
marinetti
mariserena
mariserena peterlin
marrazzo
massimiliamo
massimo
massimo s
massmedia
mass media
maternita
maternità
maturità
mdma
media
mediaset
media decotti
megafamiglia
meredith
merli
messaggeria abruzzo
meteo
michele lapiccirella
mina
mineo
ministro fioroni
ministro istruzione
mirandolina
missione cattolica
mito
miur
miurusp
moda
monarchia inglese
moniceli
monnezza mediatica
monomo
montale
monti sibillini
moratti
morgan
morte
mozart
mozart riflessioni
munnezza mediatica
musica
nada
nada ossia francesco
nanni moretti
napoleone
napoli
napoone
narrativa
nascita
natale
natura
nausea da media
nazismo
neofuturismo
netfuturismo
net futurismo
neve
news
nick
nicola
nicola amato
ninnananna
nobel a benigni su notecellulari
nonna maria
nota cellulare politica
notecellulare
notecellulari
notecellulari di maria serena ri
notecellulari di splinder su bep
notecellulari e scuola
notecellulari mariaserena
notecellulari pensionistiche
notecellulari splinder
notecellulari sul netfuturismo
notecellulari su splinder
notecellulati
notecrllulari
note cellulari
note cellulari scolastiche
note scolastiche
note sul registro
no fioroni
nubifragio
obama
ocse
ognissanti
old media
olimpiadi
olindo e rosa
olocausto
omicidio
omologazione
om n 92
onda
ondia
opinione
opinioni
orientamento
ostia
otello
pace
padania
padoa schioppa
padri e figli
paese
palme
palombelli
panthèn
paolo diacono
papa
papa ratzinger
papa wojtyla
pappalardi
parigi
parlare di scuola su splinder
parlare di scuola su splinder fr
parodia
parole
partiti
pascoli
pasqua
passatismo
paternità
pavarotti
pc
pdl
pd
pechino
pedagogia
pedagogia su splinder
pedofili
pedofilia
pedopornografia
peifania
pensieri
pensiero
pensiero politico
pensione
perizie
persone
perugia
peterlin
petritoli
pigneto
pinocchio
pioggia
pioggia a roma
pirandello
pitagora
pivano
poesia
poeti
poitica
pokankuni
politi
politica
politicai taliana
politicanews
politica italiana
politica scolasticariflessioni
pomodori
popolo italiano
popolo sovrano
posto fisso
povertà
prat
pratico
praticomondo
praticomondo cultura
praticomondo edunet
pratico blog
precari
precariato
precarietà
precari scuola
precar scuola
presentismo
presidi
presidi spia
privacy
prodi
prof
professione docente
professore condannato
professori
profi
prof esauriti
promossi
promossi e bocciati agli esami
proposte per la scuola
protesta
protesta dei giovani
protesta della scuola
protezione civile
provveditorato di roma
psicologia
pubblica isruzione e notecellula
puccini
pulcini
purgatorio xvii
pwnsieri
qualità della vita
quote rosa
racconto cellulare
rachida
rachida dati
raffaella fabbri
ragazze
ragazzi
rai1
rai2
rai3
rai tre
rapimenti bambini
rappata
rapper
rap
rap di mariaserena
ratzinger
rave party
razza umana
razzismo
realtà
reati
reba
regione lazio
regione veneto
registro di classe
religione
riassunto
ricci
ricerca
ricerca scientifica
ricerca universitaria
ricordi
rifleaaione
riflesiioni
riflession
riflessione
riflessioni
riforma della scuola
riforma scuola
rispetto della legge
ris
ritratti di ragazzi
roby
roma
romanzi
rom
rose
roseto
ruiz
rumeni
saladocenti
sala docenti
salute dei dei giovani
salvini
sanità
sanremo
sarkozy
satira
satira politica
scherzo vita
scienza
sciopero
sciuola
scossa
scosse
scrivere
scrivere su blog
scrutini
scrutinio finale
scuola
scuolaebook
scuolazoo
scuola docenti precari
scuola elementare
scuola e politica
scuola e sentimenti
scuola futura
scuola insegnamento
scuola nel pantano
scuola privata
scuola pubblica
scuola vecchia e nuova
scuole cattoliche
scuole paritare
scuole private
sedicenni al voto
senato
senatori
sentimenti
serena
serena peterlin
serenità
shakespeare
simone
simone-panthen il pianista
sindacati
sindrome di dawn
sinistra
sisma
sissini
situazione giovanile
situazione scuola
situazione traffico
sivoga
si voga
sky
snon
soccorso
socialismo
social network
società
sogno
sospensione del giudizio
speranza
sperimentare
sperimentazioni
sperimentazioni didattiche
spinelli pasticche e simili lord
splinde
splinder
splinder esami
splinder notecellulari
sport
ssis
stasi
statistiche
stipendi insegnanti
stockhausen
storia
studenti
studentiit
studenti al museo
studenti in piazza
studio
stupri
stupro
suicidio
supplenti
susan boyle
tar
tasse
tattiche promozione
teatro
ted kennedy
telematico
telespettatori
telespettatori disperati
televisione
televisione tivvù
tema
tema in classe
terapia
terremotati
terremoto
terremoto abruzzo
terrorismo
testamento biologico
tevere
tg24
tg
tir
tito
tommaselli
totti
tradizione
trasloco
trasporti
travaglio
tremonti
tribunale di erba
tricolore
turismo
tutti i selvaggioni di profi
tv
twain
uccellini
ugliaglianza
ulivo
umanità
umberto eco
università
università bologna
usa
valori
valutazione
vangelo
vaporidis
varie
vasco rossi
vaticano
vecchi
veltroni
veneto
verga
vergogne
verità
verona
versi
viabilità
viaggio
vicenza
vinnie commedia
violentatori
violenza
violenza contro bambini
violenza contro i bambini
visita di studio
vita
vita in campagna
viviana
vocabolario
vocabolario 2009
volontà di eluana
voti
voto
voto ai sedicenni
wagner
wanna marchi
web
weltroni
wikipedia
wodehouse
xenofobia
xfactor
yahoo
youtube
you tube
links
! :) IO E LA FISICA
!!!*** PRATICOMONDO - blog di politica online -
!!!CHIAMA IL 114 IN DIFESA DELL'INFANZIA
"MARIASERENA su BLOGGER******
* AEDO TITANO BLOG NETFUTURISTA
****BLOG DI VIVIANA
****POKANKUNI!!! *OGGI CHE SI FA PROF?
***ALESSANDRO74 - SOLEALTONELCIELO
***POILAB
***Sala docenti - Critolao
***^*^*sic-si-blog - STUDIARE IL LATINO SERIAMENTE E DIVERTENDOSI
**e...In COLLINA- PETRITOLI
**ECONOMIA POLITICA DI FRANKRAMSEY
**MATEMATICA 2005
*AEDO TITANO BLOG NETFUTURISTA
*BLOG DIDATTICI
*MiniBlog di dialoghi e aforismi
*NETFUTURISMO***
A ModO mIO
Anna Vercors
ANNAMARSILI il più bello dei mari
APPRENDIMENTI RIFLESSIVI
Biciclopedia - di tutto sulla bicicletta
BLOG di Mariaserena su SQUOLA-POILAB
BLOG di PIERO - the Skald
Bloggando
contaminazioni - Lorenza
counterblog.splinder.com/
DINAMITE CREATIVA!!!!!
ECOLOGISTI per la libertà
Fruttosiopuro
Giù_LE_MANI_dai_BAMBINI
GIORNALE CELLULARE di mariaserena
HARISELDOM
I pizzini
Il Blog di Luigi Mariano musicista
IL blog di Sasà o' professore
IL BLOG DI TOPENZ
INFORMATICA ,PENSIERI E PAROLE,TATZEBAO.
J HAVE DARED... AND J WILL DARE FOREVER!
Jesino blog di fotografia
L' Abruzzo forte e gentile
La nostra matematica
La panchina in cima al monte
La panchina per riflettere
La Via SALARIA tra le Marche e Roma -
lanostramatematica
LIBERTÀ VA CERCANDO, CH'È SÌ CARA...
Lucia Merli Arte
mammamia, il blog di Lontana italiana in Canada
MARIASERENA RACCONTARE SCRIVENDO***
MARISA FOGLIARINI - Grande artista e insegnante
Matariele - Scampoli di riflessione
Matematicamedie
MioMiniBlog
MioMiniBlog - COSMIC_COMIC
Musica in classe
OGGI SIAMO SERI - NORD E SUD DEL MONDO
Orizzonte Scuola
Papa RATZINGER
PETRITOLI-MARCHE-ITALIA
POILAB laboratorio di apprendimento
POLITICANTI di PRATICO
Praticomondo sito
registro di classe
SCIENTIFICANDO**
skytg24.blogs.com/
SPLASHRAGAZZI *:blog didattico per partecipare
Splinder Journal
SQUOLA-POILAB
Un'idea che è diventata un Fatto
partecipano

foto recenti
bottoni
  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
Note Cellulari ringrazia:
è stato visitato volte
martedì, 31 ottobre 2006

Ormai la pubblicazione delle Note scolastiche è quasi inflazionata... Ma non dispero di sorprendervi, perchè c'è nota e nota... e il mio excollega Magliapesante era ed è un autentico musicista e di note... ne ha profuse in tutte le tonalità. Partiamo da una nota... bassa

"Durante la prova di verifica in classe da parte di qualche "individuo" (e non è la prima volta) viene resa quasi irrespirabile l'aria."

Commento 1 . Le prove come potrebbero essere se non "di verifica"

Commento 2. E dove vorrebbe svolgerle l'esimio se non in classe

Commento 3. Chi se non un "individuo" può agire in tal senso?

Commento 4. ...ma se non è la "prima volta"... che volta sarà?

commento 5. meno male che l'aria risulta "quasi" irrespirabile... sennò addio.

Commento 6 e sgg. commentatelo voi!! 


Riceviamo e volentieri pubblichiamo le "Note inverse" registrate dal vivo in una surreale conversazione ascoltata su un surreale autobus...
 
- mamma, mamma perchè m'hai fatto così stupido?-
-  perchè devi diventà preside... zitto e impara -
 
- mamma, mamma
- che voi? sbrigate che tra poco scendiamo-
- mamma che è  quel palazzo? -
- una scuola, sbrigate...co' tutte ste domande...-
- mamma...-
- àrieccolo e ora che c'è?-
-  mamma e cos'è una scuola?-
- è un posto t'emparano a statte zitto-mamma...
- e perchè? -
- perchè sennò continui a parlà mentre guardamo "c'è posta pè te"
 
- -mamma mamma!-
- greeck... e adesso che c'è?-
- mamma il mio amichetto Giovanni...-
- embè??-
- dice che su padre fa il maestro..
- - Guai a te se lo frequenti ancora... tzè tszè! ma che gente!-
Absit iniuria verbis...

 

postato da: Mariaserena alle ore 21:32 | Link | commenti (8)
categoria:scuola, alunni, note scolastiche, prof esauriti, note sul registro
martedì, 31 ottobre 2006

La vita inizia con un vagito? Prosegue con filastrocche e ninne-nanne? Approda a modelli espressivi evoluti? Come fronteggiare troppa autonomia, energia e vivacità? Niente paura... il prof Laguardia sa come rimettere tutto al suo posto: lezioni immobili e silenziose... come foreste di pietra.  ( qui su Note cellulari).

postato da: Mariaserena alle ore 18:56 | Link | commenti (1)
categoria:prof esauriti, note sul registro
martedì, 31 ottobre 2006

Lezione sul Cantico delle Creaturetag cicccio

 

E' giovedì ed è la settima ora. Come dire l'ultima spiaggia. Come dire un brandello di lezione da agitare a mo' di saluto prima della partenza verso casa, come dire "ci dovrebbero ringraziare i professori che siamo qui da sei ore e non abbiamo ancora incendiato la scuola, mica vorranno anche far lezione per davvero?"

Invece proprio perchè la classe non si trasformi in un centro sociale autogestito entro nell'aula seria ed annuncio:

- Ragazzi la lezione di oggi sarà seguita da una verifica scritta sugli stessi argomenti che spiegherò.

Una delle Silvie alza la testa dal banco dove era impegnata riordinare il bagaglio scolastico in previsione dell'uscita e:

-Come come? - Chiede incredula.

- E' molto semplice. Spiegherò un argomento e su questo stesso ci sarà un compito.-

- Che è? Per farci stare attenti per forza?-  Interviene Riccardo con la solita aria schifata.

- Anche, ma soprattutto vorrei verificare la vostra capacità di ascoltare!-

- Come sarebbe a dire, che siamo sordi?- Aggiunge Edoardo che ha capito, come sempre, tutto.

- Ma che stai dicendo... - rispondo cercando di non innervosirmi - Ad esempio, quando spiego non guardate mai verso di me, non chiedete spiegazioni e sembra che non capiate nulla...-

- Però non è vero! sentiamo tutto, ma che oggi è arrabbiata per caso? - Aggiunge Luca.

Luca è un estenuante seguace di Vasco, si stava già per alzare dal banco chiedendo per la trentanovesima volta nella mattinata - ...posso uscire? - Indossa il solito trendissimo cappellino stile militare (del tour "Buoni o Cattivi live 2005"), una maglietta verdognola disegnata da una bambolona svestita color lamè, i pantaloni a mezz'asta e due palmi di mutande nere che sbucano dai calzoni indossati bassissimi. Per di più ostenta l'aria da  "..Io so' io e voi siete voi" della serie "Rientro adesso dal mega rave alternativo e non c'è più niente al mondo che possa stupirmi; ringraziatemi per essere tra voi".

- Ma insomma! -  Sbotto, e tento di alzare la voce, che però fa cilecca a causa di una affezionatissima tracheite che non può più fare a meno di me; allora picchio la mano sulla cattedra per richiamarli, ma solo un paio di teste si girano lentamente.

- Insomma non perdiamo altro tempo! fin dalle elementari vi avranno parlato delle quattro abilità di base: ascoltare, parlare, leggere, scrivere....

- Seeee, io preferisco un'altra "abilità...": dormire! - aggiunge da dietro uno zaino la voce soffocata di Alessio: -Nun ce sta gnente de mejo che dormì! -

- Su questo non avevo dubbi, però ti devi adattare: dunque prendiamo il testo!

- Ma prof è la settima ora!-

- La settima è un'ora come un'altra, non ho fatto io questo orario. Dunque, la Lauda medievale è...-

- Ferma, nun cominci, a questo punto, se lei fa sul serio, ci vuole il quaderno! - dice la prima Silvia che si alza e raggiunge il primo banco; vi si spalma di traverso, per quanto è lunga, sul piano verde e prende una penna per scrivere.

- Pronta prof, ora può cominciare!-

- La Lauda medievale è una forma di poesia religiosa, in volgare, che permetteva a tutti i fedeli di pregare insieme,  il del Cantico delle creature di San Francesco è ...

- Ma che è quello de chiesa? -

- Che vuoi dire? -

- San Francesco ha detto no? Quello di "fratello sooooleeee!" se ne esce Riccardo.-

- Beh sì, insomma; quello che tu citi è tratto dal Cantico di San Francesco.-

- E allora chi va in chiesa è avvantaggiato... Io in chiesa non ci vado mai. - Sbotta fierissimo un altro. -

- Adesso basta, avete esagerato! Spiego il testo, e se stai attento potrai fare il compito come  tutti, altrimenti...!-

- Ma ci dà un quiz a crocette? - Riattacca Riccardo

- Sì sì la prego prof a crocette! -  aggiunge Silvia che rilancia la provocazione.

- Non dò mai dei compiti di letteratura con il test a scelta multipla!

- Crocette! Crocette! Crocette! Crocette! Le crocette so' 'na ficata! - urla la classe

- Niente da fare: vi darò un foglio con il testo e con delle domande aperte. -

- Allora ci vuole fare andare male per forza!-

- Basta! Vi ripeto che se state attenti sarà facile.-

- E chi oggi manca e non sente la spiegazione?-

- Per chi è assente provvedete voi a passare gli appunti e spiegate che ci sarà la verifica.-

- Prof posso andare al bagno?- (Ovviamente è Luca)

- Adesso? No. E fate silenzio! -

- A prof ! Daniele s'accolla! Lo vede? Je dica qualcosa! -

- E tu non ti girare di nuovo Silvia! -

- A prof ! ma non lo vede? E' Daniele che s'accolla! -

- Ragazzi mancano cinque minuti alle due, se fate così non riusciremo a terminare la spiegazione.

- E' per colpa sua prof, è lei che si interrompe in continuazione! Perchè non spiega? Sta finendo l'ora e lei parla parla...-

Ridacchia sempre il Luca seguace di Vasco.

- Silenzio!! Il Cantico delle Creature fu composto da Francesco d'Assisi in volgare umbro, si tratta di un componimento poetico o più precisamente di una prosa ritmica assonanzata, divisa in strofe irregolari...

-Assonanzata?

- Infatti non ci sono vere rime, ma assonanze, vi ricordate vero? dovreste aver studiato metrica al biennio -

- Metrica? e chi non se la ricorda? Nessuno!! Non è giusto! Allora niente compito!-

- E allora compito. Comunque. E ripassate a casa. -

 

Lezione di Italiano . 2 

Perché dobbiamo studiare Dante che è morto tanto tempo fa?

tag cicccio

 "Perché dobbiamo studiare Dante che è morto tanto tempo fa?"

Così mi accoglie l'alunno Marco della terza A, acquisita quest'anno, fingendo di frugare nell'astuccio alla ricerca di una matita,  mentre invece sta digitando velocissimo il telefonino per comporre una risposta all'ultimo sms ricevuto.

In classe c'è il solito fermento brulicante di ragazzi che non riescono nemmeno a stare seduti nel banco, non sanno ascoltare, sono già sazi di parole di qualunque provenienza.

Sono appena riemersi, immuni e eccitati, da due ore consecutive di sballo da Elettronica.

Elettronica! il solo nome mi ha sempre fatto venire in mente ambienti grigi e quieti, impercettibilmente ronzanti e palpitanti di immateriali luci digitali. Niente a che vedere con  le straripanti e coreografiche intemperanze del collega di elettronica che investe , durante la sua lezione, di roboanti decibel in forma di barriti e grida disumanee con aggiunta di schizzi di sudore i discepoli provocatori.

Il corridoio, il piano, l'edificio e il viale, l'Eur e dintorni hanno a lungo risuonato di quasi irriferibili ma pittoreschi improperi (te possino ammazzà a te e a tutta la palazzina tua!) calci alla porta  e sediate, lanci di registro e telefonino.

Del resto per i ragazzi  è preferibile ad un'ora di Chimica, segnata dall'austerità  rigorosa dell'unico collega in grado di trasformare, senza rimorsi né dubbi e con una semplice domanda dal posto, le ipercinetiche creature che abitano le nostre aule in esemplari di fossili inerti o materie inorganiche.

 

-Non mi ha sentito?- ribadisce perentorio Marco con voce più alta rivolgendosi a me forse peggio di come apostroferebbe una colf smemorata - Perchè proprio Dante? possibile che non ci siano cose più interessanti?-

 

A domande simili corrisponde nell'anima mia,  fedele a lungo ed eterno amore per la poesia in generale e all'Alighieri in particolare, una muta apnea soffocata.

Vorrei rispondergli, con adeguata freddezza,  che è la prima volta che un ragazzo mostra tanta insensibilità. Però non voglio trattarli con antipatia; li conosco solo da poche settimane e loro, dopo un brevissimo rodaggio, hanno decretato che non sono abbastanza feroce da impaurirli e che con me possono parlare.

A questa specie di pseudo-idillio stressante corrisponde però una contropartita che  posso/voglio arginare solo in parte.

Secondo loro, infatti,  le mie ore di italiano funzionano così:  poiché li faccio parlare ed esprimere (e di solito non ringhio né mordo) allora non sono una minaccia da temere; e dunque hanno deciso di potersi esibire come, quanto e quando credono.

Ed ecco il copione dell'ora di Italiano in terza A telematico: sei ragazze e tutti gli altri maschi.

All'inizio mi aspettano fuori della porta sparpagliati lungo tutto il corridoio e, sperando di patteggiare sulle attività da svolgere in classe,  mandano avanti una delle tre Silvie della classe come ambasciatrice della petizione "Oggi non facciamo lezione per favore...."

Dopo aver ricevuto la necessaria ed opportuna sgridata entrano nell'aula vociando, spingendosi e spesso tirandosi qualche cazzotto (per pura amicizia!); si dirigono verso i banchi e li squadrano come se li vedessero per la prima volta, discutono tra loro e si scambiano le sedie, traslocano i tavolini, si ammucchiano in venticinque tutti su una fila vicino alle finestre e lasciano i due terzi dell'aula praticamente disabitati. Durante la lezione tenderanno a migrare seguendo la luce del sole.

Sedati i tumulti più clamorosi, apro il registro di classe e, istantaneamente, inizia ad agitarsi la "piazzetta", così ho soprannominato (e se ne sono anche compiaciute) un gruppo di quattro ragazze piuttosto energiche, e per niente simili alle sofferenti ed angeliche eroine dei testi letterari che dovrò costringerle a studiare.

La "piazzetta" dà forma e vita ad un crocchio agitato e pestifero che si scambia gomitate e spallate, che pretende di riuscire a seguire la lezione imperversando con battute e risatine e chiacchiere generiche. (in tutto simili alle comari paesane sedute sull'uscio di casa che si scambiano, con un picchiettante sottofondo di tic-tac dei ferri da calza frenetiche notizie sui pupi, la suocera e il minestrone). Per tutto il tempo la "piazzetta" borbotta commentando la vita della classe e del pianeta e si dedica alla decorazione dei  quaderni che vengono istoriati con disegni, scritte e scarabocchi.

I maschi sono più, come dire, espliciti e diretti: niente risatine, ma dei bei calci nelle reni, niente disegnini, ma lanci a volo radente di penne ed astucci, niente diari, ma riviste di moto, niente bigliettini ammiccanti, ma schede del fantacalcio: probabilmente è inevitabile che la domanda -Perché dobbiamo studiare Dante che è morto tanto tempo fa? -  arrivi da uno di loro, anzi proprio da quello che ha sempre il cappello in testa e, mentre sta seduto di sghembo e prende a pedate uno zaino a caso, ha lo sguardo diviso a metà tra il telefonino e me.

Sono dunque tentata di dire all'alunno impertinente con il cappellino che lui non può essere in grado, dopo poche lezioni, di dare un giudizio; oppure di citargli il brano in cui Primo Levi in Se questo è un uomo, ricorda come la memoria del canto XXVI dell'Inferno di Dante, nell'inferno di Auschwitz lo abbia aiutato a sopravvivere al campo di sterminio, o anche semplicemente di zittirlo, perchè no? con un sibilante - Ma come ti permetti...-

Invece gli faccio un cenno che vuol significare -Avremo tempo di discutere con calma...-  e che lui  finge  di non capire, per non cedere e commenta ironico: - Non mi vuole rispondere...-.

Ho l'impressione, però, che con la sua provocazione non cercasse una reale risposta; e preferisco pensare che l'onda lunga delle sediate e delle imprecazioni elettroniche, nonché della gelida modalità intimidatoria delle ore di informatica e chimica precedenti abbiano provocato un'insofferenza di principio o di bandiera verso tutto. Anche perchè l'alunno medesimo per adesso si contenta di riprendere la forsennata digitazione dentro l'astuccio.  

Ma ostenta la Divina Commedia sul banco.

Li esorto a prendere tutti il testo e li guardo per lunghi secondi, ma evidentemente io non ho lo sguardo di Medusa e loro non si pietrificano, anzi la classe è percorsa dalle solite attività.

Chi chiede un fazzoletto di carta ne riceve il pacchetto al volo e lo restituisce rilanciandolo per aria o avviandolo a disinibite triangolazioni; chi chiede un libro in prestito, e lo ottiene, approfitta per alzarsi a prenderlo e gironzolare per la classe, fermarsi a parlare,  affacciarsi un attimo alla finestra e poi tornare al banco tirandosi dietro la sedia e strusciandola sul pavimento  facendo il max rumore possibile; chi invece simula di seguire la lezione compila parole crociate tenendo il giornalino sotto il libro e si dimena chiedendo suggerimenti e gesticolando (-Aho! Andrea! Quattro lettere, la prima e la terza  so'.... E...- , - E che dice?-,- C'è scritto -Fuggì da Troia!-, - E che ne so? Sarà straniero...-)  

Chi vede cadere un pezzetto di carta dal piano superiore si agita come se avesse avvistato l'Enterprise in missione sul cielo di Roma agli ordini del capitano Kirk di Star Trek ed indica l'evento mulinando le braccia verso il compagno più lontano; chi annuisce compunto fingendo di ascoltarmi ha probabilmente la bocca piena di pizza al salame e carciofini (confezionata da mamma la sera prima) ed inghiotte lentamente, come un pitone che stia ingurgitando una capra d'angora e per lo sforzo ha gli occhi bordati di rosso e microscopiche gocce di sudore sulla fronte che cerca di far passare per commossa partecipazione al viaggio del pellegrino e poeta tout le long de la selva oscura.

Chi ha le mani davanti alla bocca e finge di grattarsi il naso... parla invece degli affari suoi col vicino di banco; chi ha il cappellino poggiato di traverso sul banco ci nasconde dentro uno smartphone o la PSP (playstation portatile) e gioca come un forsennato facendo finta di ridare forma al copricapo stropicciato.

Chi guarda sotto il banco perchè si è appena schiacciato un foruncolo e cerca di asciugarsi (brrr),  chi è appena un po' più furbo è abbastanza allenato a ricordare l'ultima parola che ho pronunciato e me la snocciola strafottente e disonesto se lo richiamo all'attenzione:

- Ma sempre con me ce l'ha prof? io la stavo a sentì; vole che je ripeto? stava a dì "...la lupa rappresenta..."-

"Come ti permetti? ricordi appena due parole e non sai nemmeno di che si parla!"

Ma lui aggiunge con una faccia impassibile da sciacciapatate ed ipocrita come quella di un gatto che ha appena mangiato la bresaola pronta per la cena:

" E lei allora perchè s'è interrotta? è lei che m'ha fatto perdere il filo...."

"Insomma!"

"Lo vede, di nuovo.... " chiude lui implacabile.

(Ciao Marco... è stato un piacere...)


 
postato da: Mariaserena alle ore 10:30 | Link | commenti (1)
categoria:ritratti di ragazzi, lezioni italiano, marco kappa
lunedì, 30 ottobre 2006

L'agendina della sopravvivenza

Piccole dosi di scuola

 

C'è qualcosa che accomuna e che sanno fare bene, pur con varie modalità e forme, alcune categorie di persone diverse che potremmo tentare di indicare, in un arbitrario ordine gerarchico crescente, come segue: l'universalità degli adulti over quaranta, gli utenti dei mezzi pubblici, alcuni insegnanti sfiniti in particolare ed alcuni contegnosi Dirigenti Scolastici in generale.

Questi ultimi, soprattutto, si addestrano, non senza successo, nello scrutare gli studenti con aria disapprovante e un po' schifata e nell'ammonirli con voce percorsa da vibrazioni di ribrezzo.

Lo sanno fare bene o, sarebbe meglio dire (evitando la sgradevole ipotesi che sappiano far solo quello) che questo è uno dei loro impegni preferiti.

Volendo invece mitigare la prima asserzione (innegabilmente antipatica), potremmo dire che si intrattengono anche in altre e diverse occupazioni, ma che molto meglio di ogni altro mestiere sanno scrutare, schifare, ammonire.

Infatti ad alcuni  insegnanti (quelli sfiniti ad esempio), ed alla gran parte dei dirigenti, s'addice altrettanto bene, come ai pesci l'acqua, parlare degli studenti come se stessero parlando di molesti parassiti che si portano addosso, che nutrono di sé, con i quali condividono l'esistenza ma... non possono eliminare, come vorrebbero,  con l'Aftir gel.*

 

Forse per questo quando uno studente entra in una triste e inespressiva Sala Insegnanti molti docenti chiudono automaticamente registri, libri e cartelle, tastano le tasche per vedere se manca qualcosa, scrutano l'intruso per individuarne il piercing, lo strappo sui jeans o lo sguincio della mutanda trendy calzata, sotto i pantaloni a mezz'asta, dallo sfrontato di turno che irrompe nella loro quieta routine alterandone l'uniformità.

Non parliamo poi del  Nuovo Dirigente, magari di prima nomina, che muove i primi passi nell'ambita funzione,  che subentra ad un altro precedente Dirigente Incaricato con il quale il piccolo pianeta di quella scuola aveva appena iniziato a dialogare...(anche perchè attualmente nella scuola i Dirigenti vorticano e si alternano come i cavalli di legno nella giostra del luna park di Strangers on a Train  di Alfred J.Hitchcok).

Il Nuovo Dirigente, poniamo si chiami Y.W.Z. (si pronuncia: Ipsilon Daubleiù Zeta) quando prende possesso di una scuola e di tutto il suo contenuto, aspira a che questo ultimo gli si adatti: come una buona comoda taglia elasticizzata prêt à porter (tal contenuto-tal forma).

 

Peccato che, e qui veniamo al problema fondante,  il contenuto comprenda gli studenti; perchè tutto sommato né gli spazi o gli arredi (i laboratori e le palestre, il cortile e i cessi, le aule e le stanze che sono ripitturabili e ristrutturabili) che lui va a governare, né i bidelli e o gli stessi insegnanti sfiniti (abituati a subire riciclaggio o al riaggiustamento di rapporti) si distinguono granché nel fronteggiarne l'approdo.

Invece per adattarsi alle successive ondate di sbarchi di nuovi dirigenti (che si replicano annualmente come un'insensata sarabanda) gli abitanti del pianeta-scuola invaso applicano una specie di protocollo-test di nuovo-arrivo, che contiene le procedure per la valutazione di gradimento dell'evento.  I risultati raccolti hanno la funzione di predisporre le adeguate misure per la sopravvivenza sul posto di lavoro o di studio ed è redatto in due distinti modelli: uno (rassegnato) per i docenti e uno (sospettoso) per gli alunni.

 

Protocollo docenti: (barrare con una crocetta la risposta prescelta)

 

Domanda: E' arrivato il nuovo DS?

Risposta: SI / NO

Domanda: E', come s'era previsto, Y.W.Z. (Ipsilon Daubleiù Zeta)?

Risposta: SI / NO

Domanda: Ha già detto che vuole controllare il FIS? (Fondo di Istituto = i soldi ndr)

Risposta: SI / NO

 Domanda: Concede le ferie?

Risposta: SI / NO

Domanda: Delega il controllo della presenza ai Collegi e ai Consigli?

Risposta: SI / NO

Domanda: E delega anche il controllo della puntualità?

Risposta: SI / NO

Domanda: Insomma si impiccia pure di come facciamo lezione? SI / NO

 

Domande per nulla stravolgenti, come si vede, giusto una difesa di bandiera. Ovvero una prassi minimale, all'insegna del collaudato e rassicurante "arrangiamoci", manuale per la sopravvivenza di quegli sfiniti che hanno mollato già da un po'.

E' quindi quasi inutile affaticarsi a conteggiare i SI e i NO.

 

Ma attenzione! E' d'uso che nel risultato del test-protocollo dei Nuovi Dirigenti Incaricati prevalgano i SI e che la conclusione generale degli insegnanti sfiniti sia: non ci sono troppe novità e pare che non romperà troppo.

Da questa conclusione discendono, come corollari:

Commento (formale)  n. 1:  Accontentiamoci. Dirigente approvato.

Commento (informale)  n. 2: Basta che me lascia fa' la settimana bianca...

Commento (informale)  n. 3: Se se la prende con gli alunni ma non mi manda la visita fiscale per me è ok.

 

Invece agli iniqui studenti,  meno duttili e navigati, interessano altre questioni, (che comunque,  con ogni probabilità,  gli utenti dei mezzi pubblici disapproverebbero).

 

Protocollo studenti: (barrare con una crocetta la risposta prescelta)

 

Domanda : Ci sta un Preside nuovo..?

Risposta: Embè? ce lo so.

Domanda:  Ma è vero che non si fa mai vedere?

Risposta: SI / NO

Domanda : E che non esce mai dalla presidenza?

Risposta: SI / NO

Domanda :E ci toglie l'assemblea di tutta la mattinata?

Risposta: SI / NO

Domanda :Chiama i genitori anche per giustificare i ritardi?

Risposta: SI / NO

Domanda :Ma leva i corsi di recupero?

Risposta: SI / NO

Domanda :Ed è vero che ha nominato una commissione per stabilire che si è bocciati automaticamente con tre-quattro materie insufficienze?

Risposta: SI / NO

Domanda : "Noi adesso in classe stiamo a tremare di freddo, pare che ci sono i pinguini, mentre nella sua stanza i pinguini si mettono l'olio solare e si abbronzano al vento dolce delle pompe di calore?" **

Risposta : SI / NO

Domanda :E noi da aprile e fino all'esame dobbiamo stare in classe con trentasei gradi all'ombra dei vetri sporchi (che manco il microonde del ristorante cinese Cheung Zozz Lì), senza le tende alle finestre, a nutrire con il  nostro sangue quelle schifose delle zanzare-tigre, che non sloggiano neanche  sul sudore acido del prof  KKZZ ( lui non si cambia più la camicia perchè la nonna, che gli fa il bucato mensile, è in ferie al villaggio Alpitour in convenzione terza età)?

Risposta : SI / NO

Domanda : E invece Lui, il dirigente Y.W.Z. (con la double u), se ne sta nella sua stanza sua disinfettata, appiccicato al  PC portatile e con un mobiletto pieno di pasticche al sugo di vitamine, con 26° di temperatura e umidità al 50% come a Honolulu?

Risposta : SI / NO

Domanda : "E magari verrà anche, senza averci mai visto prima,  a consegnarci le pagelle con aria schifata?"***

Risposta : SI / NO

Domanda : e viene a controllà pure quante vorte annamo al cesso?

Risposta: SI / NO

 

 

Il test serve agli studenti; tuttavia anche il nuovo dirigente potrebbe, a seconda della prevalenza dei  SI  o dei NO ottenuti trarne (vivamente glielo si consiglia!)  utili informazioni su:

 

A)  La necessità di intensificare la frequenza e le dosi di bicchierini graduati di epatoprotettore**** (da assumere prima) o di un efficace antispastico**** (da assumere subito dopo l'incontro con gli studenti)

B) L'imprescindibile urgenza di aumentare la quantità (fino al QB = quanto basta) di polvere insetticida di cui aspergersi le membra e le vesti prima di accostarsi ad un corridoio e (oh cielo!) entrare nelle classi.

 

Sarebbe, invece,  davvero fortunato se ottenesse, dal suddetto test-Protocollo più NO che SI. Perchè questo gli eviterebbe trovarsi nella condizione di fregiarsi, volente o nolente, dei commenti da alunno verace qui di seguito dal vivo  registrati in più occasioni.

Commento (formale) n. 1 :  Lo odio!

Commento (informale) n. 2 :  Ma che se crede sto QXZQZX (Cuixcscuzetaics) de Y.W.Z. (Ipsilon Daubleiù Zeta)? Che la scuola sia sua?

Commento (informale) n. 3 :  E ce guarda pure co' schifo, sto WWW.AZ de Y.W.X.?

 

Nessuno invece, o pochissimi (si potrebbe tuttavia tentare con: prevenzione e dialogo), sono i consigli disponibili per quegli adulti over quaranta o per tutti quegli  utenti dei mezzi pubblici che si sentono infastiditi dai comportamenti dei giovani. Nessun consiglio può giovare, infatti, ad adulti o utenti che appartengono alla  categoria di coloro che dimenticano che quegli stessi ragazzi provengono sovente anche dalle loro famiglie. E magari si sono del tutto dimenticati di avere avuto, nel pleistocene o nel giurassico, anche loro tra i sedici e i diciott'anni

 

Invece, tutto sommato il DS roteante di turno, sulla giostra assassina dei cavalli di legno di Strangers on a Train di Alfred J. Hitchcok (film magnifico!!), potrebbe forse riuscire a scoraggiare parzialmente i soliti malintenzionati e o malpensanti, ed ottenere una più quieta convivenza con loro se solo volesse riconoscere, oltre a qualche suo limite, anche, bontà sua, che l'edificio che egli governa con il suo contenuto, esiste in ragione di un vecchio un mestiere, che si chiama insegnare, che prevede la indispensabile presenza di giovani che vanno educati ed istruiti.

 

______________________________________________________________________

* Aftir gel: Antiparassitario contro la pediculosi (Infestazione contagiosa del corpo causata dal parassita pidocchio)

** La frase tra virgolette è trascritta alla lettera da una conversazione ascoltata in classe, si ringrazia l'autore che, per modestia e ritrosia, chiede di non essere citato.

*** Come sopra: vedasi a **

**** Anche i consueti farmaci prescrivibili o di automedicazione possono andar bene

______________________________________________________________________

 

 

postato da: Mariaserena alle ore 16:48 | Link | commenti
categoria:presidi, gradimento
lunedì, 30 ottobre 2006


Pubblico qui il mio libro E' una scelta di libertà e autonomia. So che i ragazzi, come alcuni amici affettuosi e sinceri,  vi si riconoscono e lo leggono volentieri.
Grazie!

"La classe non è.doc"
(già registrato alla SIAE).
Note scolastiche
di Mariaserena
 
Disegno Nicola_03 002
 
Prima puntata: Avviso sommesso
 
Si avvisa l'eventuale lettore che i fatti narrati sono veri e reali, come pure è del tutto rispondente a verità ciò che riguarda i miei studenti, senza i quali questo racconto non avrebbe mai potuto essere scritto, e che ringrazio perchè invece esistono ed hanno movimentato la mia vita.
Forse, ma ne dubito, anche ai miei colleghi e i miei dirigenti piacerebbe essere altrettanto... veri o reali, mentre invece sono solo un immaginario, ma verosimile, mix storico di abitanti della Sala Insegnanti...
Questo racconto a puntate è dedicato a... ..i miei ragazzi del corso A Telematico  per i quali ogni aggettivo è inadeguatoi voti in pagella sono privi d’interesse mentre l’affetto è senza condizioni.
 sarò buona .
 
Ecco qui la : "Prima puntata"
cap.1 Settembre, andiamo
Settembre, a Roma, è un mese indolente e quieto che sembra fatto per riprendersi d’animo.
Le scuole riaprono il primo, ma sembrano chiuse appena ieri con gli esami di stato celebrati fino a luglio inoltrato, tra polemiche e strascichi, corse alle vacanze, ricorsi dei delusi e riti di famiglie riunite solo per l’occasione. Ci avviamo dunque a scuola fidando, non proprio segretamente, in un rimasuglio di riposo concreto; i mariti in ufficio, i figli con gli amici, i nonni che hanno smesso di lamentarsi per l’afa e non hanno ancora motivo di farlo per il freddo, gli alunni ancora latitanti: giusto un paio di riunionicine… e poi la pace dei sensi e il furore dei mercatini. Illusioni. Sul primo settembre piombano, rapaci, ombre che oscurano quel sole poco prima ancora benigno: è il collegio docenti con l’annesso e riusato discorso del dirigente, sono i sorridenti accoltellamenti sull’orario, le piacevoli risse per la distribuzione delle cattedre … e, giù fino alla cruda realtà della formazione delle classi.
0Le riunioni dei consigli sono in corso e giunge notizia della composizione delle terze classi. Questo anno la nostra terza sezione A è formata da 31 ragazzi, compreso un mazzolin di ripetenti e di esterni. Tutti maschi, di provenienza varia: di Roma sud, dell’Ardeatina esterna, del litorale, dei Castelli, di Acilia, di Pomezia, dei ponti del Laurentino; di mala fama aggiunge una collega del biennio a suo tempo travolta e azzoppata per le scale da qualificati esponenti del gruppo incriminato. Veniamo poi a sapere che nella sezione B sono in tutto 18 (di cui metà ragazze e tra i maschi qualche figlio di collega proprio perbene) un numero che sembra idealmente proporzionato ad una rappresentazione da presepio di Capodimonte, nella C sono 19 e 16 nella D.Tentiamo un chiarimento con il DS (Dirigente Scolastico), ma lui, seccato e freddo, è fermo come la rocca di Gibilterra; classe fatta non si tocca e aggiunge brusco che è impensabile, risistemare le aule dove i banchi e le sedie sono già stati distribuiti e contati dai bidelli.
Situazione schizofrenica ma eccezionale? Niente affatto, ce n’est qu’un début.
Sono passate solo due ore, settembre non è più sereno né languido per noi, le zanzare tigre gozzovigliano sulle braccia un po’ molli e ignude per i vestimenti ancora leggeri: segni e presagi non lusinghieri per l’anno che inizia.
cap. 2 Storie e lotte di classi
Il primo pensiero, tornando a scuola, va a quello che dovrò affontare: i miei studenti.... e non posso fare a meno di pensare che....
Attualmente gli alunni sono iscritti dopo elaborate e attente pratiche di orientamento e riorientamento messe in atto in collaborazione con le Scuole Medie e l’Istituto ha adottato, a ordinamento, il Progetto Brocca articolato in tre indirizzi che convivono in equilibrio formale e non sempre garbato né privo di rinascenti diffidenze; e sull’attribuzione delle sezioni e sulla distribuzione numero degli iscritti si aprono spesso velenose contraddanze.
Anche quest’anno dunque la formazione delle classi non è stata casuale né stabilita da criteri d’equilibrio. Come accade da qualche anno solo gli ultimi insegnanti candidamente democratici o fatalisti, continuano ad accettare le classi così come capitano, mentre i più avveduti si organizzano e manovrano, fin dall’estate, con la perizia degli addetti ai lavori.
Una classe è, infatti, il risultato di una complessa aggregazione di alunni che deriva da un mosaico di varianti: il rapporto maschi-femmine, la provenienza da scuole medie diverse e da quartieri centrali o periferie, da realtà sociali più o meno problematiche, nonché da situazioni difficili già segnalate nelle schede scolastiche fin dalle elementari. Tutti questi elementi si combinano insieme e possono rendere un anno scolastico vivibile o massacrante.
Tra luglio e agosto la scuola è in vacanza ed appare spopolata, invece vi opera attivamente un esiguo e sagace team di prof funzionali e spigliati organizza ben allevate classettine di alunnetti di buona famiglia le cui iscrizioni vengono, fin dalle medie, scrupolosamente pilotate verso determinate sezioni. L’operazione è condotta da mani assolutamente vellutate nel pescare, dai faldoni, i nomi giusti che finiscono nell’elenco voluto.
Non esiste uno strumento che misuri scientificamente quanta maggior fatica sia affrontare trentuno adolescenti portatori sani di neuroni disinibiti e ormoni arrembanti piuttosto che diciotto figli di famiglia, divisi in uguale numero di maschi e femmine sussurranti come un coro da parrocchia, per di più inaspettatamente abituati a mangiare con le posate.
Tuttavia un osservatore, pur non maliziosamente meticoloso, potrebbe farsene un’idea anche solo dando un’occhiata alle fisionomie di docenti che escono da aule diverse, e percorrono corridoi separati, al termine della mattinata scolastica.
Da un lato lo sfacelo di stremati consumatori di antispastici e di valeriane e ansiolitici, dall’altra le guancine fardate e le boccucce appena velate dal persistente baffetto di cappuccino-e-brioche, il setoso trench annodato in vita e bordato di sinuosa pelliccetta volpina o il giusto tailleur.
Dal nostro lato le capelli chiome da naufragio, l’occhio sconvolto e la sopravveniente tachicardia, dall’altro il tintinnio dei braccialetti, il fruscio del passo obliquo simil felino e la frangia cotonata incollata ad onda.
Nel loro corridoio le aule luminose, dove si distribuiscono porzioncine di sapere ben amalgamato ed enfio come un soufflè, nel nostro gli ex-bagni riattati e l’aria opaca di afrori fronteggiati alla meglio con gli appelli all’uso di acqua e sapone (prescritti tre volte al dì) nonché al cambio di maglietta dopo l’educazione fisica. Nella sezione top una quiete contegnosa, ma evidentemente corroborante,   nel corso A i tumulti e le lezioni come sulle montagne russe con tanto di apnea che, minuto dopo minuto, incalza le coronarie.
Con cinque minuti di anticipo sulla campana della prima ora ci si avvia veloci e in preda ad un’inutile ansia, lungo i corridoi polverosi, incorniciati dalle finestre di alluminio; i selvaggi sono quasi tutti puntuali già nell’aula, strapiena e ululante che rimbomba tanto che si può sentirne gli scalpitii e i barriti fin dal piano sottostante e più in là.
 
Le iene invece sorridono (e perchè non dovrebbero?) e sussurrano avanzando sul decolleté noir che conclude l’articolazione fasciata dal collant velatissimo color gazzella: ah…se le scale, sfuggenti, facessero, un giorno, giustizia!
cap. 3  Conoscenza con la classe?
 
Mi avvio all’incontro con i nuovi alunni di terza. Con le altre classi è come un ritrovarsi per un appuntamento e riprendere il discorso. Con la terza, si tratta di iniziare da zero.
Al nostro valente DS non sfugge nulla: egli controlla le nostre presenze, osserva le attività ufficiali dell’Istituto, annuisce ai bidelli disposti nei diversi piani, ascolta la segreteria, riceve i genitori, riunisce i collaboratori e … delega. Delega senza apprensioni o turbamenti la partecipazione al Consiglio di Istituto, la direzione dei consigli di classe, dei Consigli di Dipartimento e spesso anche quella del Collegio Docenti. Ha approvato la distribuzione delle classi nelle aule sui cinque piani della nostra scuola stabilita dalla bidella per competenza preposta all’ufficio.Personalmente, inoltre, organizza con scrupolosa efficienza gli aspetti delicati del funzionamento della scuola; infatti, quest’anno ha disposto che i registri di classe dei tre corsi siano di colore diverso: quello del corso Telematico è rosso, dell’Igea è grigio e l’azzurro è per il Linguistico. Inquietanti cromatismi.I registri di classe giacciono quindi ordinati sui ripiani dell’armadio in Vicepresidenza nell'attesa degli insegnanti della prima ora che hanno il compito di portarseli in classe.
Salgo dunque le solite scale, sempre affollate e sonore.
Sui gradini, tra qualche ricciolo di polvere, già avvistato lo scorso anno, le scarpe salgono e scendono intrecciando colori e ritmi. Salgo, nonostante tutto, quasi leggera e senza pesi; è il primo giorno, porto con me solo pochissimi fogli, giusto un libro e il mio registro nuovo. Entro in classe. Guardo assenze-presenze già scritte nell’ora precedente. Meccanicamente leggo le annotazioni e le firme dei colleghi; anche quest’anno qualcuno ha scritto, nello spazio riservato alla casella degli argomenti delle lezioni, la frase rituale “conoscenza con la classe”. In casi come questi l’elegante-sportivo collega Pestaragni che insegna lettere in un corso parallelo, mi definisce, senza tante esitazioni, ipercritica e non costruttiva; perciò sanziona, saviamente, il mio eccepire su forma e sostanza. Mi astengo dunque dall'esprimermi sulla vuota ovvietà della frase rituale, invece mi impunto impaziente, nel contesto dell’approccio verso una classe nuova, sulla disinvoltura con cui si adopera la parola conoscenza.
Mi guardo intorno: l’aula, ridipinta, chissà quando e da chi, di un freddo colore verde mentolo da emicrania, ricorda i camici chirurgici degli ospedali di fiction televisive, ma anche certe minuscole rane velenose delle foreste amazzoniche. Le finestre ampie, nemmeno gli infissi opachi di sporcizia sedimentata riescono a velare lo splendore del sole, sono tutte aperte. Fuori, sulle robinie e gli allori, assaliti dalle edere incolte, le cicale strillano ancora ininterrotte e solo periodicamente sovrastate dai rumori del traffico, delle ambulanze in corsa verso il S. Eugenio, dei taglia erba manovrati dai bidelli.
Istantaneamente tutto l’esterno diventa un unico effetto sonoro di fondo, mentre qui dentro è, per un lungo attimo, il silenzio: sono entrata, li guardo e mi guardano.
Sono loro i miei trentuno interlocutori di quest’anno: hanno sedici o diciassette anni, sono tutti maschi e appaiono goffi, sproporzionati e sudati.
Rassegnata li osservo presentendo che li troverò inglobati nel loro brodo primordiale di irrancidite abitudini scolastiche. Li scruto e mi paiono a loro volta rassegnati, ma forse sono invece semplicemente in attesa.“Conoscenza con la classe”, la frase continua a ronzarmi nella testa; riconosco che mi infastidisce eccessivamente; in fondo è solo una delle tante che si ripetono per abitudine. Non mi chiedo quanto ci vorrà per conoscerli ad uno ad uno. Tutti hanno alle spalle almeno dieci anni di scuola, e sono quasi dei veterani di abitudini in gran parte da discutere e rivedere.
Se qualcuno mi leggesse dentro conoscerebbe le perplessità, gli interrogativi, le inquietudini che mi accompagnano mentre il reciproco guardare prosegue.
Ma, m’illudo, che nulla mi si legga in viso.
Non credo che si esporranno per primi; come al solito attenderanno la mia apertura di partita predisponendo automaticamente tutte le mosse successive. Immaginano, indolenti, che il loro solito copione fatto di simulata sottomissione, ma anche nozioncine appiccicose e bugie (mamme e papà spesso complici) più un quid di adulazione strategica e rush finale potrà funzionare anche con me. D’altronde neanch'io posso sapere come andrà davvero, ho imparato invece ad attendere, perchè non solo ogni classe è una complessa realtà in sé diversa da tutte le altre, ma è anche il risultato di una combinazione di parti, elementi e sostanze connesse da energia e che ogni azione rivolta al singolo determina reazioni degli altri e tra gli altri. E infine che loro sono trentuno ragazzi più o meno amici o compagni da anni; mentre io per loro sono una quasi sconosciuta che non li conosce.
Tuttavia, temerariamente come al solito, sorrido perché non alzerò barriere, nemmeno con loro. Loro che sono adesso la mia classe, il mio lavoro.
 
cap. 4  L’appello, secondo Matteo
 
Giorno dopo giorno il lavoro si avvia. Ogni mattina comincio leggendo ad alta voce l’elenco dei nomi per l’appello. Come in tutte le terze l’appello è necessario non tanto per dovere d’ufficio, ma soprattutto per imparare i nomi. Ma questi, i fuorilegge, lo aspettano come un rito e sperano anche negli inevitabili errori nel pronunciare, per la prima volta, cognomi nuovi. E’ il caso di Ancòri (Ancora, Ancòra), di Sìclari (azzeccato al terzo tentativo: Sicari, Siclàri, Sìclari,), Cucurnia (Cocurnia), Gasparoni (Gasperoni), Viti (Vito) e così via.
In questa classe uno spigliato spirito trasgressivo ha fatto, già dal secondo giorno impercettibili correzioni sulla lista dei cognomi per farne sbagliare la lettura ai professori, anche io non sfuggo, e loro segnano il punto.
Nel giro di due settimane la mano anonima ha manipolato l’elenco ufficiale computerizzato, preparato dalla segreteria, per aggiungere, accanto ad ogni nome, il relativo soprannome.
A quel punto fare l’appello diventa un percorso ad ostacoli, perché i soprannomi sono perfettamente appropriati e indovinati e corrispondono al carattere, alla fisionomia, ai tic, a particolarità del carattere e così via.
E' difficile ignorare l’ironia dei giochi di suono e parola, delle caricature verbali e delle iperboli : “Goretti” (risultato di Gori+Sanetti che identifica due giovanetti molto simili, almeno in apparenza, di forma e carattere) Fumolo (detto del nicotinomane della classe) Er Pacio (Paciolla), “belli capelli” (ovviamente del tendente alla calvizie), Pasticciere (dell’imbranato nell’allestire un qualsiasi ragionamento logico), Pariolo (ovvero Giorgio che veste firmato), Polaretto (ossia Alessio dalle mani fredde), Matteo (soprannominato Bocciato) e Daniele er Roscio.
Se mi indignassi, ma non sono così seriosa da riuscirci, e li rimproverassi otterrebbero di farmi perdere tempo di lezione, e di divertirsi ancora di più. Per cui faccio attenzione cercando di non sbagliare e chiamo i vari nomi tentando di mostrare, almeno, la inutile ma dovuta disapprovazione. All’inizio provano anche a confondermi rispondendo all’appello al posto di altri e scambiando continuamente il banco. Matteo, inoltre,  che di solito, arriva con orario mobile personalizzato, sostiene che non si dovrebbe iniziare l’appello sempre dalla lettera A perché, gli capitano, per statistica dice, maggiori probabilità di vedersi annotare il ritardo e quindi l’obbligo di giustificarlo e i problemi connessi. Per questo smania e agita la necessità che la chiamata inizi, secondo logiche di rotazione, dando a tutti una possibilità di essere chiamati per ultimi. Matteo è un pestifero veterano, un ripetente benissimo inserito e perfettamente a proprio agio in questa classe sulla quale avanza qualche pretesa di leadership essendone anche uno dei rappresentanti eletti: ha tratti psicologici disinibiti e animo da dinamitardo.
Sono sue, al novantanove per cento, le manomissioni del registro di classe, nonché le iniziative che movimenteranno l’anno scolastico (“cappotte”, contestazioni e dispute con gli insegnanti, provocazioni), il verso della gallina, del gabbiano, della vespa, la riproduzione integrale del richiamo trasmesso dall’altoparlante del riparatore ambulante di ombrelli, cucine a gas e scaldabagni, i mugolii ansimanti e i canti a bocca chiusa.
Suo il dare il via alle inconsulte reazioni della classe all’ingresso dei docenti non convenientemente muniti di idonee prerogative: carisma o ferocia, esercizio all’incantamento dei serpenti o altri poteri paranormali indispensabili alla sopravvivenza nella classe terza A telematico: trentuno tutti maschi. Sue anche numerose simulazioni di malori allarmanti come sanguinamenti e conati, capogiri e sudorazioni profuse, febbri e crampi improvvisi.
Sua, però, anche la disponibilità all’assistenza di compagni eventualmente in reale difficoltà per qualsiasi motivo, incidenti o mal di pancia compresi, clamorosi insuccessi scolastici o inaspettata e temuta convocazione in presidenza per un genitore inferocito venuto a controllare il numero effettivo delle assenze. Suo lo schierarsi in infruttuose, ma sincere, difese di una classe indifendibile e imputata di svariate e molteplici malefatte: dal vandalismo in su.
Non sua, anche se l’approva incondizionatamente e la condivide con sovrabbondante partecipazione, invece, l’iniziativa di l’ alzare i cori: da stadio o meno.
 
 
cap. 5  Io sentiva osannar di coro in coroCALCETTO Quinta A 024
(Dante - Paradiso XXVIII, 94)
 
Entro nell’aula e chiedo ai ragazzi della nuova classe se vogliono farmi qualche domanda. Ne ho collezionate molte nel tempo. Negli anni ‘80 si informavano su quanti compiti in classe, interrogazioni e giustificazioni avrebbero avuto, chiedevano se li avrei costretti a leggere libri e brontolavano (cercando alibi ritriti) che le cose lette per forza sono sempre noiose.
Dai primi anni ‘90 gli studenti hanno progressivamente maturato una minore soggezione o una impertinenza maggiore, esibendo quesiti più disinvolti: se fossi larga o stretta di voti, se durante le interrogazioni potessero tenere il libro aperto davanti.
E’ stata poi la volta di questioni vagamente requisitorie e informative: il mio voto di laurea e l’orientamento politico-ideologico, il voto alle elezioni.
Negli ultimi anni non sempre è stato facile distinguere tra ansie private e provocazione. Favorevole al proibizionismo? e proprio verso tutte le sostanze, fumo compreso? E perché la scuola non si occupa di educazione sessuale?
Ma la scuola non è esente dalle mutazioni della società né da quelle alterazioni (accidentali) che in un patrimonio genetico danno luogo a modificazioni importanti.
I ragazzi sono in simmetria infatti con le trasformazioni (sociali, economiche, culturali e di costume) positive o negative. Ne mostrano, spesso in forme scoperte, esasperate e probabilmente indifese aspetti che altre categorie sociali, meno spontanee e più formali o attente al bon ton, riescono variamente a mimetizzare.
Quando i nostri non cedono il posto sull’autobus nemmeno a morire, o viaggiano urlando e travolgendo il passeggero incolpevole con gli zaini, depositano i piedi sui sedili o dicono le solite frasi irripetibili sul mondo in generale e su genitori e professori in particolare, non manca mai chi sibili “ma cosa gli insegnano a scuola?”.
Già, ma perché solo a scuola? e cosa si insegna in famiglia? e nella società? e dalla tv? e…
Mutati sono dunque non solo il look o i modelli di cellulare, di motorino e di scarpe, ma i comportamenti, le modalità di relazione, il rapporto con gli adulti.
E imperversano nuove manie di costume, come il culto maniacale del corpo (addominali e pettorali a costo di stravaganze iperproteiche e medicinali, ma anche piercing e tatuaggi, rasature e depilazioni) o le rituali bevute di gruppo che, sottovalutate dagli adulti, conducono tuttavia all’alcolismo in età precoce.
Anche la fede calcistica e lo stadio sono veri e propri riti. La maggioranza dei ragazzi della terza rappresenta, in tutto e per tutto un’estensione della curva sud comprendente boys, brigate giallorosse, ultrà e ultras della magica o meglio dell’A.S. Roma (da pronunciare aesse Roma). La minoranza è un gruppo misto di laziali meno esternanti ma altrettanto esaltati e focosi, come Andrea, che irrora il cortile con il fumo dello scappamento della sua vespa verniciata in biancoazzurro, ed esibisce, con Nicola e Matteo, aquile disegnate dovunque sul corredo scolastico, nè mancavano un Fabio sampdoriano, e addirittura un lunghissimo Davide fans e ultrà della Ternana.
 
I colleghi degli anni precedenti, non avevano colto, nel dna della classe, la presenza di questo speciale gene filocalcistico con effetti monomaniaci. Forse per questo invece di informarsi sui loro compiti o sulla mia età mi hanno chiesto: Per che squadra tifa? per la Roma? e le vede le partite?
In attesa della risposta nell’aula è sceso un silenzio sospeso ed ho detto, con qualche esitazione, che vedo qualche partita e il calcio mi piace pur non essendo tifosa.
Dire la verità è meglio, ma non sempre gradito: mi hanno fissato scettici. Le sciarpe al collo, gli zaini e anche i caschi, i diari, le scarpe, costellati di lupe e sigle disegnate con i pennarelli: tutti genotipi prodotti dalla curva e dal tifo. E’ suonata la campana e si sono riversati a valanga nel corridoio. Uscendo, Marco T. ha “alzato” il coro “Nel cervello soltanto la Roma…!”, eccitati gli altri si sono uniti con toni gutturali ed altissimi, “Il mio cuore batte per te/ per il mondo seguendo la Roma/ nessun mai t’amerà più di me”.
Il corridoio risuonava di canti dalle parole ingenue, urlate con foga primitiva. Come non riflettere su una passione così assoluta?
L’apparenza restituiva un’immagine di giovani trincerati in un dogma senza religione, un credo senza ideologia per cui contano solo il rito e il gesto, che appariva brutale e istintivo.
Le prof-colleghe delle classi sullo stesso corridoio e che, con le facce ostili e vitree, erano costrette a passare accanto a loro, si affrettavano e li evitavano accelerando il passo: le braccia strette intorno al corpo, lo sguardo accigliato, la bocca serrata.
Il gruppo non si è imbrancato, ma si è aperto come sfidandole a passare in mezzo. Un invito al confronto, dispettoso ma infantile.
Il gridare insieme, che a tanti riti sociali appartiene, stabiliva il contatto; il gesto, il canto, gli slogan comuni concretizzavano e concludevano una esigenza fisica di marcare la presenza e di segnare l’identità per occupare un spazio, quello scolastico, che comunque appartiene a loro e sul quale volevano imporre le regole del loro gioco.Si poteva fraintendere e leggervi una intenzione aggressiva; ma era soltanto un gioco disinibito e sfrenato, chiassoso: irregolare rispetto alle normali usanze imposte dalle istituzioni.
Una sfida alla disciplina tradizionale, non compresa né accettata.
Diego, Simone, Marco, Adriano, Umut, Mauro, Fabio, Ugo, Matteo, Nicola, Riccardo, Federico, Fabietto e… qualche nome angelicato: Davide, Daniele, Gabriele; età sedici anni, almeno dieci in cui la scuola si è variamente interessata a loro: osservandoli, scrivendo schede, valutandoli (con voti e definizioni sintetiche: insufficiente, sufficiente, discreto, ottimo), spesso annoiandoli, selezionando i più dotati ma forse non riuscendo ad emozionarli e rendendoli ancora più diffidenti e selvatici.
 
 

Prosegue la pubblicazione de La classe non è doc

cap. 6   Sull’orario, provvisorio e definitivo
 
L'orario scolastico è oggetto di molte fantasticherie e non poche nevrosi.
 Dall’esterno è consuetudine annoverare tra i nostri privilegi le chiacchierate diciotto ore settimanali, salvo poi verificare se sia pensabile, o fisicamente sostenibile, produrre un numero maggiore di lezioni frontali (di matematica o italiano) ad una classe di 31 studenti dei nostri.
C’è chi dovrebbe lavorare di più e meglio, ma chi lo fa poco e o male non continuerebbe forse con un qualsiasi orario, più o meno come avviene, altrove dalla scuola, per gli altri mestieri?
L’esibizione del vittimismo, di qualunque provenienza, ma anche la persuasione di vivere nel migliore delle scuole possibili, è forse mediocre, ma non nego che quando si avvicina la fine di agosto mi cruccia e mi pesa il pensiero di come mi verrà organizzato l’orario di lavoro e non il ritorno a scuola e in classe, in sé e per sé, da les grandes vacances.
Ogni anno si ricomincia con la danza delle ore anche perché la redazione dell’orario è diventata uno dei progetti di Istituto che viene realizzato esibendo tecniche di efficienza, ovviamente computerizzate. Perciò l’orario è ottimizzato in funzione dei laboratori, razionalizzato in ragione dei turni di palestra, aziendalizzato in vista degli impegni pomeridiani di sportello didattico, delle lezioni di graphic art o di bridge dei corsi regionali, provinciali e dell’università della terza o quarta età nonché adattato alle esigenze dei super-insegnanti funzioni obiettivo.
Se poi il Preside delega non solo le mansioni, ma addirittura le responsabilità di quanto accade al nostro lavoro, accade che la danza delle ore diventi una danza macabra.
Estensore di orario si nasce, e qualche volta si diventa. Ma mi sono fatta persuasa che le personali doti di chi svolga questo lavoro con proprio compiacimento sono accostabili a un mixage tra quelle di Mamma Ebe e del Minosse dantesco. Siede con gli occhi e la mente connessi al PC, ascolta, annuisce, muove gravemente il capo, stringe le labbra, si passa una mano sulle gote e non risponde né si né no alle richieste di nessuno dei colleghi che restano imbarazzati e perplessi in piedi davanti al suo potere. Nei casi più fortunati l’Estensore lascerà che l’orario sia frutto della casualità, in quelli sventurati avrà già deciso tutto assegnando istruzioni stringenti al software di sua creazione.
I primi giorni le lezioni iniziano con un riciclato orario provvisorio di mattinate più corte (anche se a me toccheranno da subito le diciotto ore), che non provoca scompigli e non scontenta praticamente nessuno. Non ci si illude che il provvisorio sia una proiezione del definitivo, ma per il graduale esaurimento delle energie e delle velleità, mentre le prime settimane trascorrono, le richieste scemano con un lento stillicidio, le smanie rientrano e le pressioni rallentano.
L’Estensore, resosi invisibile, opera.
Il DS di tutto ciò non si cura.
 
Infine il temuto definitivo è pronto e inaspettatamente pubblicato alla chetichella dopo il termine delle lezioni quando gli interessati se ne sono già andati a casa. Il mattino seguente ci si tuffa sgomitando sulla quasi illeggibile fotocopia, slavata e cercando di individuare, dai caratteri minuscoli e impercettibili la propria sorte per un anno di lavoro.
Gli amici che hanno avuto in anteprima notizie tranquillizzanti vagano come pesci in una scatola di vetro esibendo un’accomodante e giudiziosa fiducia sull’alto e imparziale ingegno dell’Estensore; i più, invece, frenetici come pesci nella rete già lanciano saettanti sguardi velenosi e confrontano, odiandosi, i rispettivi destini.
Nel frattempo l’Estensore usufruisce dei suoi meritati e strategici giorni di ferie, durante i quali l’orario, che è stato affisso verso le ore quindici di martedì e visionato mercoledì mattina per andare in vigore il lunedì successivo, supera le fasi delle più acute reazioni che sono destinate a smorzarsi di consumazione o sfinimento naturale.
Tuttavia come ogni anno io affronto l’Estensore, non tanto nella speranza di ottenere modifiche, quanto per l’allergia e il fastidio indotto dall’ipocrisia di chi simulando schiettezza e dissimulando malizie intenderebbe, per sovrammercato, dimostrare di avere, come afferma senza pudore, “non realizzato un orario perfetto, ma un orario ottimizzato al massimo” per il bene generale.
E quasi sempre da questo confronto si dipana un dialogo, che sincopato ed eccessivamente concreto com’è, non potrebbe essere verbalizzato alla lettera, mentre può essere invece rappresentato idealizzandolo, come segue, con un poco di necessario surrealismo.
 
 
Dialogo dell’Estensore e di Profi
 
Estensore. L'orario, l'orario nuovo! Ti interessa l'orario Profi?
Profi.  L'orario delle lezioni per il nuovo anno scolastico Estensore?
Estensore. Si Profi.
Profi. E come sarà quest'anno il mio orario? Sarà bello?
Estensore. Si, certamente.
Profi. Non sarà come quello dell'anno scorso… non potrei non volerlo accettare?
Estensore. Potresti accettarlo senza volerlo
Profi . Sarebbe possibile?
Estensore. Sarebbe utile.
Profi . Non mi sembra chiaro… Non avevo pensato…
Estensore. Pensare… non è affatto necessario.
Profi. Davvero?
Estensore. Posso affermarlo con estrema tranquillità; infatti ho elaborato un indice di apprezzabilità individuale che dimostra come risulti del tutto più funzionale, rispetto a velleitarismi personalistici autovalutativi della propria soddisfazione, che io pensi anche per te. In altri termini io so quali sono i tuoi desiderata
Profi. Come sei altruista. E pensi solo per me o…
Estensore. Naturalmente no, posso pensare per molti, anche per tutti. Il mio indice di apprezzabilità individuale calcola ogni volta, algebricamente, con successivi cicli di ottimizzazione, i desiderata di ciascuno. Ciclo per ciclo ho ottimizzato i risultati.
Profi. Ma sembra complicato…non si potrebbe semplificare?
Estensore. Ho avuto, in più occasioni, modo di affermare che non è colpa mia se il mondo è complesso.
Profi. Tuttavia sono così abituata a pensare con la mia testa che… non riuscirei a lasciar pensare te in vece mia.
Estensore. Permetti una domanda personale?
Profi. Più personale della proposta di non pensare?
Estensore. Nella misura in cui per te potrebbe esserlo di più.
Profi. Non mi sembra di capirti bene
Estensore. Constati dunque l'evidenza dell'utilità che capisca io e che io solo mi occupi di tutto.
Profi. Io non costato nulla. Fammi invece la domanda personale a cui accennavi...
Estensore. Ricominciamo. Come vorresti l'orario nuovo?
Profi. Certamente non come quello dell'anno passato… Avevo cinque ore consecutive il lunedì, quattro il martedì, quinta, sesta e settima il venerdì e…
Estensore. Allora come quello di due anni fa?
Profi. Via non scherziamo… Quello è stato l'anno in cui ho avuto due settime ore nella stesa classe per due giorni consecutivi e…
Estensore. Vorresti tornare indietro nella vita, e ricominciare da quando eri una insegnante di prima nomina?
Profi. Ma questo è il sogno di Faust, mi accontenterei piuttosto di un orario non dico bello, ma almeno passabile.
Estensore. Segui dunque questa mia applicazione della logica aristotelica!
Profi. Ti ascolto...
Estensore. Gli orari non scientifici possono non essere perfetti, io creo orari secondo metodi scientifici, dunque io creo orari perfetti.
Profi . Questa sarebbe logica aristotelica? Il ragionamento non mi sembra chiaro.
Estensore. Esibirò un altro esempio, più semplice: a te non è piaciuto l'orario dell'anno passato, non ti è piaciuto nemmeno quello di due anni fa, dunque a te non piacciono tutti gli orari.
Profi . Non riesco proprio a capire come tu…
Estensore. Se non capisci è perché non è sai pensare in modo razionale… e non afferri l'algoritmo!
Profi. Io non desidero afferrare algoritmi, semmai avere un orario ragionevole.
Estensore. Se la ragionevolezza fosse utile e apportatrice di progresso o vantaggi economici avrei già provveduto personalmente ad estenderne aspetti particolari, generali e universali. In realtà colui che è ragionevole si adatta al mondo, gli irragionevoli cercano di cambiare il mondo per adattarlo a se stessi dunque è di tutta evidenza che il modo va avanti grazie agli irragionevoli. Il corollario è il seguente: posso affermare senza falsa modestia e tema di smentite che IO svolgo un non ininfluente ruolo nel progresso del mondo perciò so anche quale sia l'orario funzionale.
Profi. Dovrei credere davvero che sai quale orario è funzionale per me?
Estensore. Apprezzo questa tua nuova flessibilità. Hai convenuto finalmente come funzionale sia all'insegnante proprio quello che risulti funzionale in se stesso. Questo è il risultato del mio algoritmo da cui discende logicamente un orario generalmente apprezzabile perchè imperfetto che sarà mia cura rendere imperfettissimo per adattarlo meglio a te!
Profi. Non ho parole, Estensore. Non immaginavo si potesse tanto.
Estensore. Vedo che apprezzi la mia benevola disponibilità. Ti ho già dedicato molto del mio tempo, formalizza dunque la tua richiesta, poi penserò io al tutto.
Profi. Facciamo così, dammi l'orario così come viene, a caso.
Estensore. Prendi questo, è già pronto (tanto ci voleva…). Arrivederci ingrata Profi.
Profi. Addio.
 
cap.7  Dipartimento di lettere
 
Di pomeriggio si riunisce il Dipartimento di lettere per la programmazione didattica annuale e per l’elezione del coordinatore.
Per buona sorte una scelta veloce e quasi superflua perché il candidato, l’elegante-sportivo Pestaragni, già sponsorizzato nei corridoi, accetta di buon grado e, appena imporporato da un velo di adeguata modestia, ci fa grazia di superflue cerimonie avendo già apprestato l’innocuo discorsetto di rito che snocciola pianamente e con un indefinito sorriso accattivante.
Ho addosso le impressioni della nuova classe e lo sgomento per i problemi da risolvere; pensavo di confrontare qualche opinione o eventualmente di proporre un’analisi dei problemi educativi sollevati da quest’ultima generazione di ragazzi. E’ possibile che solo i miei siano cosi? Pestaragni tronca risolutamente e, tra la annuente approvazione generale, si attiene alla sua interpretazione dell’ordine del giorno affermando che ci vuole concretezza e che è inutile discutere sui massimi sistemi. È appagato della sua efficiente e lucida analisi: il nostro sistema scolastico non è perfetto e la nostra scuola ha gli stessi problemi di tutte le altre. E' evidente che lui si contenta di sopravvivere in questa imitazione scialba di una didattica del possibile che pare che sia anche l’unica che gli convenga.
In questi casi, mentre il collega-coordinatore continua ad accumulare piccole e assennate affermazioni, la cosa migliore per la salute mentale è divagare simulando un compunto interesse finché non sarà tutto concluso. Tra lo spensierato annuire comune, aggiunge che, per quello che ci pagano, non si può pretendere che ci si metta anche della passione nell’insegnamento. Lo seguo in apnea e, forse confusa dall’aria appesantita dalla prolungata permanenza dell’auletta in cui siamo stipati, associo immagini e pensieri extravaganti. Rimugino tra me che noi denunciamo l’apatia degli alunni, che non gliene può importare di meno… e mi viene in mente anche una canzone dell’unico Eros che i miei alunni conoscono, secondo cui ci vuole passione.
I colleghi intanto convengono: la passione nell’insegnamento è un optional (come l’acqua frizzante e la camera singola nel pacchetto vacanze tutto compreso o il ketchup e la mayonnaise sull’hamburger o l’aria condizionata sull’utilitaria) e la piccola assemblea passa alle decisioni strategiche: il test d’ingresso per le prime (sessanta domande distribuite su quindici fogli...) o quanti compiti in classe, quante verifiche orali, quanti test a scelta multipla per concludere trionfalmente denunciando , tra replicati scuotimenti del capo, quanto scadenti e immaturi (la collega Girardina li definisce "nulli" tout court) siano i nostri utenti.
Ma siamo sempre stati così? E come si sono potute formare queste certezze grommose che hanno attecchito tra tanti di noi?
Amaramente vado costatando come nella scuola si siano materializzati professori-impiegati e professoresse-televendita che tentano di guadagnare grigiamente un poco più di denaro sul vuoto o sul riciclato, e che organizzano monte-ore di corsi pomeridiani per accedere al cosiddetto salario aggiuntivo. Come se avesse un qualsiasi senso ammannire, dopo le 14,30 del pomeriggio, nelle aule sbaraccate, con i ragazzi spalmati senza più reazioni vitali sulle scale dell’ingresso, nella desertificata inconsistenza di ogni forma di partecipazione al dialogo, un omogeneizzato delle stesse lezioni andate in onda inutilmente al mattino; chè di questo in sostanza si tratta, quando non di peggio. Più o meno è quello che accade con le scialbe lezioncine-ripetizioni precotte somministrate tramite un generico software didattico da un prof impettito e dispeptico, per il pranzo da fast food, che sorveglia i suddetti alunni-zombi appollaiato come un barbagianni sul provvido sgabello.E anche qui ora si continua a straparlare ed annuire senza percepire neanche un po’ di aver smarrito il senso di una professione, di essere approdati alla condizione di travet, di ingannare perfino se stessi.
Osservo ormai da due ore, sentendomi parecchio marziana, i miei colleghi. Facce stonate, parole trascinate, ascolto ostentato, qualcuno suda su indumenti stazzonati. Chi potrebbe tentare di attivare una qualsiasi reazione? Tento di inserirmi e propongo l’evidentemente superato argomento di lavorare al recupero della motivazione allo studio; immediatamente mi sento ancora più estranea. Una ex giovane collega, icona di petite femme savante, scuote i riccioletti e mi definisce all'istante “brontolona” non accorgendosi di usare un linguaggio da western anni cinquanta. Il neocoordinatore trattiene nel petto, involto nella camicia di tendenza, un contenuto fastidio. C’è anche la collega Vacondìo, seria e compunta, che regge a fatica la presenza dei non allineati e lascia intendere senza perifrasi, che lei ha i compiti da correggere, i progetti didattici in cantiere e le colleghe di classe da accontentare.
Dunque affrettiamoci, concludiamo.
Nell’aula, prestata dalle lezioni del mattino alla barbosa e deprimente riunione, ci sono ancora i cartocci delle merende sbriciolate sotto ai banchi devastati dai pennarelli. Sul piano di plastica verde sono state appiccicate figurine di calciatori, elenchi di risposte previste alle interrogazioni, incisioni di coltellini; se, distrattamente, mettiamo una mano sotto alla sedia per spostarla la ritiriamo invischiata da pezzi di gomme da masticare (quelle senza zucchero anche più appiccicose delle BigBabol); se giriamo lo sguardo vediamo sui muri disegni, scarabocchi un po’ osceni, anche se praticamente incomprensibili, insulti ai prof, inni alla Roma con la relativa lupa e alla Lazio con aquila connessa. Ma in pochi ci accorgiamo della irrimediabile lontananza tra il vacuo cincischiante discorrere del nostro coordinatore Pestaragni (& i suoi onesti elettori) e il fare scuola ai ragazzi.
Perché questi colleghi più giovani mi sembrano invece più vecchi e più dinosauri di me? Approviamo tutto; perfino il forforoso collega Vispetti e la sua colitica proposta di un ciclo di conferenze (pomeridiane ergo retribuite) sui maggiori poeti dialettali e vernacolari del secondo ottocento, e il collega Collonda che fa approvare, un progettino niente male sull’anniversario della pubblicazione di un’opera di D’Annunzio che coincide, oh! Annus mirabilis…con quella di qualche altro incolpevole autore di primo 900.
E senza colpo ferire… ma sì, ma sì; perché no, perché no?
Fuori è pomeriggio inoltrato, la nostra magnolia (in tutto questo sembra lei la forma di esistenza più plausibilmente vitale) matura semi rossastri tra le foglie lustre che riflettono gli aranciati raggi cadenti.
Scendo ancora una volta quelle scale, sempre più insofferente. Scambio due o tre commenti amarissimi con Gianni, un bravo collega più annoiato di me. Ma davvero oggi va cosi? E dunque non serve più voler trasmettere né il bello dell’arte né il senso del cammino della storia? E proprio più per nessuno si accendono le passioni e le fantasie, né si alimentano interessi? La riunione è finita nel solito modo e il diligente di turno ne scriverà il prescritto verbale.
Ometterà di riferire che anche questa evoluzione è avvenuta: dovutamente lenta ed impercettibile. Gli insegnanti stanno cambiando, e i neo-dinosauri-docenti si avviano compiaciuti, scuotono le code e le battono, facendo rumore, per terra.
Sto pensando che gli scienziati da tempo hanno ipotizzato che l’estinzione dei grandi rettili sia attribuibile alla caduta di un asteroide o una cometa, caduto nel cuore dell’America centrale dove è rimasta la sua impronta, una depressione di 180 chilometri di diametro, profonda 900 metri, per buona parte sommersa dalle acque del Golfo del Messico.
Siamo usciti e là fuori, vicino al cancello, i nostri utenti, trattenuto dai recuperi pomeridiani di Elettronica,  ci ha visto, sorride, gesticola e aspetta un saluto, una battuta. Gianni non si sottrae: “Sebastiano, stasera ti interrogherai lungamente sul crepuscolo… “
I nostri ragazzi ridono: gli occhi e il cuore contenti perché lui si è fermato a parlare con loro e gli ha dato attenzione. Dove le pescherà queste cose, penso, ma tutti sanno che lui è uno che riesce a fare apprezzare agli studenti la poesia, il teatro, la letteratura contemporanea, i film di Polanski e Bergman o… Sette spose per sette fratelli.
E allora chi se ne importa e se ne ricorda più dei nuovi dinosauri caudati.
Aspetteremo, pazienti, la loro cometa e chissà…
Salgo in macchina, accendo il motore e la radio su una stazione qualsiasi e sorrido anch’io perché suonano Hello, goodbye dei Beatles per cui alzo felice il volume.
Guidando penso di scrivere una lettera a Gianni, gliela darò domani.
 “Ci sono ripetizioni per la mente, nessuna per il cuore” , ma è poi vera questa frase? Ricordo di averla svolta come titolo di un tema in classe, comunque preferibile a un’ora di chimica o fisica, simulando, come l’occasione richiedeva, uno studiato entusiasmo. Dicevano fosse di Goethe. Con affetto.
 
cap.8  Musica di scuola
 
Caro Gianni,
tanta nostra scuola ha avuto una colonna sonora: come in un bel film le immagini e i suoni si sono sovrapposti e intrecciati, hanno creato attese e sottolineato i finali. E per tanta scuola non m’era proprio sembrato che fosse poi sempre la solita musica, nonostante autori ed esecutori fossero i medesimi. L’ingresso, più spesso nelle mattine autunnali, risuonava di richiami, di saluti, di ritornelli ripresi e variati, di intelligenti dissonanze; l’intervallo rimandava un tramestìo di fondo, ma nell’acustica sorda dell’atrio s’udivano pure gli accordi di qualche fuga (durante la ricreazione allora si era semiautorizzati a una scappata veloce al bar di viale delle Montagne Rocciose, da Tonino) o arpeggi preliminari al terzo o quart’atto di una mattinata scolastica come opera in progress… Bizzarro, no? Ma ora che molti maestri o suonatori sono cambiati, la musica ripete solo due o tre andantini mediocri. E l’orchestra va, appunto, avanti con poco moto e pochissimi allegro; ci sarà, e quale, il finale?
Spero non un sinistro rullo di tamburi…
Invece la mia musica preferita, da quando ho capito come i ragazzi più silenziosi e attenti e tranquilli non fossero, necessariamente, anche i partecipi e gli intelligenti, o almeno curiosi e umanizzabili, è stata sempre quella improvvisata e poco armonica, ma viva della classe.
 
Era fine maggio e leggevo “…piove sulle tamerici salmastre ed arse, piove sui mirti …” , ma i vetri aperti non vibravano per suoni d’acqua. Ho guardato un attimo alla finestra: piovevano invece pezzi di quaderni e libri, anche un paio di sacri cancellini e, (che orrore, che vergogna! ai miei tempi!) uno zaino. Mi sono morsa le labbra per non ridere con loro, ma avevano ugualmente capito che non ero riuscita a scandalizzarmi abbastanza e speravano di unirsi alla festa. Al piano superiore si celebrava la prossima fine d’anno mentre volavano via le ultime interrogazioni: liberatrici, anche per me. Com’è più seria la musica adesso; è tutta un ticchettio contabile di debiti e crediti, una partita doppia di bilanci e di stanziamenti, di corsi antimeridiani e pomeridiani, di sportelli che si aprono e chiudono senza sbattimenti eccessivi per nessuno.
Come sono compiaciuti i nuovi maestri, e come io invece rimpiango i ticchettii della rossa vicepreside, la bella signora un poco agée, molto profumata, le gambe ancora snelle e ben disegnate in collant retinati quasi altrettanto inverosimili dei sontuosi tacchi-a-spillo, pronta alla battuta, ormai per gli amici prevedibile, e tuttavia irrinunciabile e intelligente.
Già, l’intelligenza altra era la musica.
La musica ci accompagna ancora.
 
Oggi diversamente risuonano i rauchi frinii o le pesanti cadenze dei nostri utenti, ma risuonano, tuttavia.
“Ci sono ripetizioni per la mente, nessuna per il cuore” , ma è poi vera questa frase?Ricordo di averla svolta come titolo di un tema in classe, comunque preferibile a un’ora di chimica o fisica, simulando, come l’occasione richiedeva, uno studiato entusiasmo. Dicevano fosse di Goethe. Con affetto.
 
 tag_a scuola

La classe non è.doc (seguito)

 

cap.9 La collega Evergreen       

 

     (Vous qui passez sans me voir/ sans  même me dire bonsoir/ donnez moi un peu d'espoir...)

 

Alle 7.55 già fasciata dalla sua mise coltivata (gonna longuette, stivaletti, guanti e, sotto la mantella, un aderente cachemirino, quasi insospettabilmente cinese) i capelli scalati sulle spalle e il passo come se fosse flessuoso, la collega Evergreen entra a scuola.

Guarda fisso e freddo davanti a sé, la testa un po’ inclinata in avanti (gli sleali scalini …) Evergreen  non ti vede, non ti saluta, non ti sorride: entra in classe, si sbarazza di accessori e mantella e continua ad ignorare il mondo. D’inverno, unico gesto di debolezza,  si stropiccia le mani fredde per scaldarle. Poi apre il registro di classe, legge l’elenco degli studenti facendo l’appello senza mai alzare lo sguardo sui proprietari dei nomi chiamati: assente, presente, presente - hai la giustificazione? -  assente - presente - presente - no, non puoi entrare, sei in ritardo, sono le 8 e cinque minuti, lo sai che le regole si rispettano; assente, presente… non cambia mai tono, non alza né abbassa la voce.

Man mano ricopia diligente con rotonda grafia. Il suo registro personale potrebbe essere un impeccabile libro di contabilità redatto da un computista; non cancellature, non segni, non errori: solo i voti (a numero), le A A A delle assenze ben marcate, le g g g delle "giustificazioni" (non più di due a quadrimestre!) e le i i i  di impreparato…(quelle tante, come se piovesse). I voti sono ben marcati: i 6 rotondi, pienamente sufficienti, appunto; i 5 incorruttibili, non assomigliano lontanamente a quasi-sufficienze; tuttavia il suo voto preferito (graficamente s’intende!) è il 4: bello, geometrico, quasi un teorema di Pitagora, quasi una intersezione di assi; e che non dà certamente luogo ad equivoci.

Mettere 4, ammette tra sé e sé con recondito compiacimento, è un efficace metodo per sistemare i maleducati ed infilzare i nullafacenti, scoraggiare gli spiriti ribelli e dare in pasto ai genitori delle sostanziose ed inoppugnabili valutazioni: è come condannare definitivamente, ma senza spargimento di sangue, come una preanestesia per una auspicabile bocciatura.

 

Per la verità Evergreen non è sempre così spietata e qualche languore può coglierla se il virus dell’adulazione sorprende il suo sistema immunitario con la guardia abbassata (qualche alunno/a più scaltro lo sa); in questi casi un lieve cedimento l’induce ad applicare un rigore addolcito, una seriosità benevolente. Ma il suo sguardo fisso e freddo (sarà per via di quegli occhi di ghiaccio così difficili da evitare) non tradisce sentimenti e i capelli scalati non si dislocano d’un micron mentre la mise longuette d'ordinanza, in cadenza  tono su tono, non fa una piega; esattamente come le sue labbra indurite da uno spesso strato gessoso e color salmone: diritte, parallele, bruttine.

Esce di classe, percorre i corridoi, scende lo scalone e si allontana da scuola calpestando fogli stracciati da quaderni e brutte copie di compiti, mozziconi e gessetti volati dalla finestra come tappeti stesi ai suoi piedi da un galante vizir.

Vista da una distanza benevola l'emergente Evergreen  è una ex-giovane femmina sicura e forte che non teme la solitudine.

 

Ma la teme, eccome se la teme.

 

cap.10 Tailleur, tailleur

 

Di solito inizio a far lezione dalla prima ora, e per questo esco di casa di corsa dopo avere infilato, quasi al buio, una specie di divisa a strati di peso variabile secondo la stagione: mocassini, pantaloni, golf, giacca o piumino, a volte perfino un opinabile cappellino da cervicale indispettita.

Accade che sbagli ad accostare i colori e lo vedo solo troppo tardi quando fuori, al sole, sto per salire in macchina. Una volta, giuro una sola, sono stata costretta a tornare precipitosamente a casa perché mi sono accorta solo davanti al cancello di scuola che avevo messo due scarpe diverse.

Perciò ammiro le colleghe sempre impeccabili, anche se sfoggiano i capelli cotonati anni sessanta che sembrano parrucche svirgolate e i rigidi, ma sinuosi, tailleur.

E’ vero che nella mia scuola ci sono, ad esempio, anche le ultras dell’alternativo, che inalberano con la stessa convinzione le palandrane svolazzanti e i giubbini jeans (a seconda dell’esito della dieta del momento) su gonnelloni merlettati e sfrangiati abbinati alle adidas running o ai sabot  con il garretto occhieggiante.

Ma evitano il tailleur anche quelle che alle gonne preferiscono cardigan e pantaloni, che invece dell’imbottito lucido trapuntato scelgono il panno,  che non omettono sciarpe di vario peso e colore, non si concedono al lurex, ma prestano ascolto alle tentazioni soft del vintage o quelle (come me) che non interpretano immagini autoritarie o impositive ma, in compenso, sfidano i limiti fisiologici delle vertebre, non precisamente da minorenne, abbracciandosi a covoni di compiti e di libri. Quelle, infine,  che si mettono il cappotto solo per i funerali e contrastano il freddo-umido delle aule con strategie da boy scout.

Ma le prof-doc autentiche e convenienti al mondo, ambasciatrici della scuola nelle contingenze ufficiali e munite di adeguata presentabilità nei confronti delle istituzioni vestono, loro sì, il tailleur. Tal contenuto tal forma (recitava uno che di stile se ne intendeva) e gli alunni percepiscono subito che non c’è da attendersi indulgenze.

Il DS, compiaciuto, le esibisce contornandosene negli alti luoghi ministeriali, consapevole che potrebbe, senza sfigurare, accreditarle presso la Santa Sede.

Le tailleurizzate  programmano con cura il loro status symbol; acquistano un capo  in apertura di stagione (nelle tinte dernier cri)  e due - tre in saldo. Completano con foulard di seta, a disegni da concorso ippico,  e gioielli appropriati; scarpe decolleté e collant in tinta nonché agenda grande, agendina con calcolatrice, cellulare fasciato da una custodia di vellutino  e borsa strutturata louisvuitton. Intervallano oculatamente i tailleur degli anni precedenti e alternano gli accessori per rinfrescare l’immagine.

Il varo del tailleur nuovo, nell’atrio dell’Istituto, è un rito reciproco tra simili e concorrenti che, un filino malelingue, si accendono: "hai visto… tanto le ginocchia storte si vedono lo stesso"."Stavolta pure leopardato…", "interpretazione Moratti…", "versione funzione-obiettivo", "se ne compra uno al mese, bella forza, s’è accaparrata mezzo FIS!"

Le proprietarie del nuovo acquisto pur avvertendo gli umori non sempre affettuosi, avanzano persuase di sé, perfettamente a proprio agio. Il tailleurino da Collegio docenti ha linee e colori diversi da quello da Consiglio di classe, ma quello fondamentale si indossa per il ricevimento generale-e-globale dei genitori. In quell’occasione si celebrano anche altri riti:  si rinfresca la messimpiega, si fa una capatina a casa per il ritocco al maquillage, si sbandiera il fondotinta-levigante-ravvivante copri-occhiaie e … ci si concede solo uno spuntino composto da due tartine leggere leggere.

Tutte fatiche sprecate: non solo i genitori non avranno occhi che per il registro, ma qualche mamma oserà sfidare il tailleur d’ordinanza appena incignato sfoggiando il proprio, probabilmente più firmato.

Un applauso al tailleur: fondamento e coronamento delle insegnanti affidabili; come il piano di lavoro didattico, come i compiti in classe, come lo scrutinio. Esse vi si identificano.

La notte si preparano al meritato riposo indossando un pigiama-tailleur e, se non intrattengono più appaganti passatempi, rileggono comunque compiaciute il Pof, ideano nuovi progetti e infine, per dormire, ripassano i voti del registro personale. Ma anelano l’imminente collegio docenti di novembre.

 

cap. 11  … maestra dalla penna rossa

 

La scuola è un luogo dell’individualismo, o del personalismo. Imbarazzanti per noi e inevitabili per i ragazzi i confronti con i colleghi degli anni precedenti.

L’istituto stanzia ogni anno fondi di bilancio per progetti dedicati alla continuità, ovvero l’attenzione didattica all’omogeneità e alla coerenza di obbiettivi e metodologie tra un anno e l’altro del curriculum. Tuttavia gli studenti passano di mano, da un insegnante all'altro come giovani zavorre. E anche io eredito nuove classi senza che nessuno mi abbia mai  parlato di loro. Come piante di serre muffose che cercano inutilmente il sole, si attorcigliano su se stessi,  sono abituati ad essere sostenuti con tutori e legacci, non irrigati né stimolati da necessarie potature. Si  aspettano la solita tenue irrorazione costituita da rugiadose lezioni,  nebulizzate annaffiature di interrogazioni ripetitive e programmate da cui discendano inutili voti, come frutticini scialbi, in ragione di memorizzate e un po' ottuse riprese di ciò che in classe è stato detto, ma non necessariamente capito né tanto meno discusso.

La mia ostinata e poco condivisa utopia pedagogica, vorrebbe invece costringerli a crescere per diventare cittadini liberi e pensanti, che possano reggersi e resistere su proprie radici.

Disegno Nicola_03 002

Quest’anno la situazione è impervia; la terza è considerata, senza metafore, con orrore da tutti gli insegnanti (passati e presenti), i ragazzi esibiscono atteggiamenti a comportamenti che suscitano sgomento e che, nonostante il disagio e i rimproveri espressi fin dalle prime riunioni, rimangono spensieratamente immutati e costanti.

Ci riuniamo nuovamente e le lamentele sono unanimi, con l’eccezione del collega Laguardia che, utilizzando una pedagogia perfezionata in un qualche corso di aggiornamento ad Alcatraz, ottiene dalla classe una specie di ostile silenzio per lui appagante. In coro il Consiglio biasima il fatto che questi ragazzi sono  incapaci di ascoltare, di dialogare, di interagire con i docenti, i compagni, il personale scolastico; indifferenti al proprio dovere, non sanno organizzare il proprio lavoro, fuggono e rimandano le verifiche. Sottolinea come aumenti, ogni giorno, la preoccupazione generale per la mancanza d’educazione e rispetto anche alle regole comuni della vita sociale in senso lato.

Deplora l’incapacità di coordinarsi, di stare anche provvisoriamente seduti, di muoversi con la necessaria attenzione nel rispetto degli altri e delle loro cose (i libri, gli zaini, i giacconi lanciati a terra e calpestati, le penne e gli oggetti personali nascosti o fatti sparire, gli scherzi violenti, qualche piccolo furto, i vetri rotti, i banchi sfasciati, le pareti vandalizzate).

Depreca l’uso del cellulare per messaggi, videogiochi e musica nonché le telefonate che arrivano (con le suonerie silenziose o meno), anche da casa.

E poi rimprovera l’abitudine al linguaggio volgare, le mancanze continue di rispetto reciproco, l’essere menefreghisti a richiami, ammonimenti e sanzioni disciplinari. Su tutto questo si decide di coinvolgere i genitori e, come maestra della penna rossa, ovvero come volontaria obbligata, sono delegata a scrivere una lettera alle famiglie che si conclude con un invito, che vorrei eloquente e persuasivo, ma che, come osserva non senza ragione qualche collega, risulta pateticamente accorato: "si ritiene indispensabile la collaborazione delle famiglie. Anche in questa fase della crescita dei ragazzi il ruolo dei genitori, che sicuramente vorranno attivarsi in tal senso riprendendo con i figli un dialogo sul valore della Scuola, non può essere né marginalizzato né sostituito"

Invece qualche famiglia si offende e gli alunni sono molto contrariati: le "accuse" vengono sdegnosamente respinte. Si apre dunque una settimana di discussioni quotidiane.

"Ci hanno attaccato anche Italiano e Matematica", ci chiamano così, per materie, "che di solito con noi parlano", affermano polemici gli studenti. "Gli altri no. Quelli … non ti guardano neanche in faccia, nemmeno ci considerano. Fisica, in tre anni che la conosciamo, non ha mai sorriso una volta, Chimica è come le guardie, Informatica ci odia, Magliapesante dice parolacce più di noi, Ergiggi di Religione ci vuole bocciare, Educazione Fisica lasciamo perdere, non ci ha fatto fare due squadre di calcetto; siamo trenta maschi, a che ci serve una squadra sola? Perché ce l’avete con noi?!"

Ma non tutti sono esplosi. In classe c’è un gruppo di ragazzi apparentemente inoffensivi che, come le seppie, si nascondono dietro a loro nuvolette di inchiostro e sabbia, ugualmente grigie, e di cui fanno il loro alibi. In realtà sono solo passivi e sfuggenti, non proprio diversi dagli altri dietro ai quali si coprono inguattati.

PhotoPC Friday, December 06, 2002 1256 PM 24I gladiatori sono Matteo, Andrea, Umut, Ugo e Adriano che cavalcano polemici le discussioni mentre gli altri partecipano con manifestazioni di intemperanza assortite. Noi, Italiano e Matematica, appunto, sosteniamo dei confronti quasi feroci, che loro in qualche modo apprezzano, ma avranno effetto dopo due o tre anni, come al solito.

Al termine di mattinate violente ci interroghiamo, sfinite, solo con gli occhi.

Intanto osservo con invidiosa considerazione i non pochi colleghi portatori sani di quelle giuste certezze, promulgate da Pestaragni, Evergreen e soci, da cui discende pianamente lo svolgere, senza impegnative variazioni, tutto il solito programma ogni anno. I persuasi di sé che  ripetono sempre identiche lezioni, rifotocopiano quanto già distribuito, assegnano replay di compiti e, perché no, applicano una sola gamma tuttofare di valutazione  senza farsi appesantire da riflessioni e scrupoli su prerequisiti, partecipazione, interesse, capacità: irrazionali e sentimentali pedanterie sugli utenti-interlocutori.

E’ vero, d’altronde, che al termine dell’anno le famiglie, ormai non sappiamo più per quale ingiustificata assuefazione, si aspettano un alcunché di appreso dalle giovani menti non pensanti.

Tutto dovrebbe continuare come se il mondo, la società, le famiglie, i ragazzi fossero quelli di cinquanta, di venti o anche solo di cinque anni fa e se non fossero, come invece è accaduto, profondamente cambiati.

Come se fosse dunque possibile non tanto ri-leggere gli stessi brani delle stesse opere degli stessi autori, ma anche spiegarli con le stesse frasi e allo stesso modo per due - cinque - vent’anni di seguito … e ottenere gli stessi esiti.

 

Scrupolo da maestra,  questo, che costringe, inevitabilmente, a ripesare e ripensare volta per volta le lezioni cercando di stabilire un patto, di scrostare l’indifferenza per suscitare il loro interesse verso la ricerca di se stessi, verso una  realtà che nemmeno sospettano, verso un approccio critico all’esistenza, verso una conoscenza che, pur non escludendo aprioristicamente fantacalcio e stadio, motorini e playstation, hamburger e palestre trovi spazi che restituiscano loro, come dovuto, anche l'uso degli occhi e degli orecchi, del cuore e del cervello.

Loro ci guardano, a turno,  all’inizio come delle matte e dopo un po’ come persone che li ascoltano, si infervorano e si indignano mentre esagerano presumendo eccessiva efficienza da coronarie fuori rodaggio, e non più in garanzia...

QuintaA_dic_2003

cap 12 . Marco e Davide
 
Alle sette e cinquantacinque nel cortile della scuola, già affollato dai gruppi che si ritrovano per abitudine e omogenei per classe, età o fede calcistica entrano strepitanti i motorini asfissianti. Anche Marco schizza con gli altri, accartocciato tra il cappellino e la sciarpa giallorossa, strizzato nel giubbotto di pelle, come in una corteccia, chiuso fino alle orecchie e che non toglierà nemmeno durante le lezioni; se ne sta seduto irrigidito ed imbrinato perché ha corso nel freddo, per almeno sei chilometri. Viene dalla periferia del Divino Amore, che si trova oltre il Raccordo Anulare.
E’ taciturno e selvatico, ma gli occhi scuri e socchiusi, che in questo momento lacrimano per il gelo, hanno un lampo di desiderio. Spera di incontrare subito Deborah, che ama ostinatamente non ricambiato. Deborah è graziosa, bruna con la pelle olivastra e i capelli castani incollati dal gel e non sempre luminosi malgrado shampoo e balsamo; sulle palpebre uno spesso strato di ombretto bianco che sembra calcina e spegne lo sguardo che invece è malizioso e allegro; lui si vergogna e lei gli gira le spalle ridendo. Marco si ferma, però, vicino ai suoi amici che lo ricevono con un paio di simpatici insulti ricambiati a tono.
Insieme fumano un paio di sigarette, mentre le ragazze fingono di non raccogliere.
Mentre mi avvio all’ingresso mi fermano tre o quattro volte:
 “Interroga oggi? ci fa vedere un film? aveva promesso che ci portava in gita! non mi regge, ma proprio dobbiamo entrare? “
Entriamo infatti; il DS finge di non guardare, ma dalla scalinata esterna osserva e registra. I colleghi passano in fretta a testa bassa schiacciati dal peso delle loro frustranti incombenze, poi arrivano un paio di irrigidite prof addobbate come per la gita a Monastir ed ancora si avanzano, solenni, i consolidati riferimenti dell’Istituto che sfilano incipigliti come giudici della Corte Costituzionale, ma sembrano solo impettiti travet. Siamo oltre centotrenta insegnanti. Quasi un villaggio, ma eterogeneo. Sbarcano per ultimi, da vetture renitenti alla revisione, colleghi con addosso almeno venti anni di indefinita mezza età, l’aria un po’ infelice un po’ schifata, le cartelle penzolanti dalle braccia magrette e stanche, i capelli grigi e mal curati, gli occhi che cercano di non vedere per non salutare. E nessuno di loro, per ora, ha voglia di comunicare; già rimasticano le loro lezioni, e cercano di non pensare a come far finire le lunghe ore che stanno per iniziare e che, non confessano nemmeno a se stessi, forse preferiscono ai successivi pomeriggi tra supermercati e sportelli postali, visite a dispotici parenti novantenni, lastre da ritirare dal radiologo, dentisti in agguato e figli post-adolescenti umiliati dalla società e offesi dalla famiglia. Fra un attimo, saremo tutti in classe: a distribuire il pane della scienza.
L’aula dalle pareti verdoline è vuota, spoglia, ma sonante. Lo sgomento quotidiano mi sembra ben giustificato. Marco sale tra i primi seguito da Diego, Simone, Andrea, Alessandro; borbottano, sbuffano e buttano gli zaini per terra mentre l’attaccapanni (mai avuto in dotazione da questa classe) è sostituito da un banco vuoto dove accumulano piumini e giacconi formando un informe e aggrovigliato fagotto. Su tutto, ben distesa e senza pieghe la giacca nuova del roscio, Daniele che tenta di salvaguardarla: ragà, l’ho pagata trecento euro!
Marco ridacchia, non prenderà l’iniziativa lui, ma sa che la prima pestata volontaria verrà proprio assegnata, ad honorem, al recentissimo acquisto.
Mi dice: “Professoressa, mi interroga? Ho studiato!”, “Faccio l’appello, poi ti chiamo subito.”
“Ho studiato Dante, so tutto”. “mmm...” “Posso cominciare io? sennò poi perdo il filo.”
E Marco comincia: “Dante nella Divina Commedia racconta un viaggio impossibile…” , non vorrei interromperlo subito, ma perplessa gli chiedo di precisare: “ nel senso che?”, “Nel senso che uno mai e poi mai nella vita si sognerebbe un viaggio così perché sennò sarebbe già morto!”
Cerco di indirizzarlo senza sconcertarlo troppo: “Ma quale è il significato del viaggio dantesco?”
“Che è un’esperienza praticamente irraggiungibile perché impossibile”
La classe comincia ad agitarsi: stanno tutti dalla sua parte.
“Prova a pensare, ragiona: se invece Dante avesse raccontato un viaggio reale e quindi possibile, non avrebbe comunque un significato che vada al di là del testo inteso alla lettera?”
“Ma Dante racconta che il viaggio l’ha fatto, anche se impossibile.”
“Ma che messaggio vuole trasmettere a chi legge?”
“Professoressa lei oggi mi vuole fare andare male dopo che io ieri ho studiato ’na cifra!”
“Ti sto chiedendo che definizione possiamo dare del viaggio di cui Dante parla…”
”Ahò! devi rispondere -allegorico-” sbotta Simone, che in quanto ripetente, ha già vissuto esperienze analoghe.
“Già allegorico, che vuol dire?” chiedo oramai sconfitta, “Che”, prosegue trionfante Simone, ritenendo di possedere la chiave della situazione “…Dante è uno che racconta una cosa, però è come se ne stesse dicendo un’altra.”
Sconfitta, ammetto che le mie spiegazioni le hanno capite così.
Chiedo il commento di qualche verso “Ed, ecco quasi al cominciar dell’erta,…una lonza leggiera e presta molto,/ che di pel maculato era coverta”.
Si propone Davide, aspirante ballerino di break dance e stuntman casareccio, ma più noto per le sue millantate frequentazioni delle corse clandestine all’obelisco dell’EUR e della manomissione di motorini.   ”Dante”, dichiara sicuro, brandendo il testo,”Incontra tre bestie e poi Virgilio. Le tre bestie gli mettono paura, Virgilio lo salva. Ho detto tutto, vero?”
“Un momento, vediamo il significato delle tre fiere: ad esempio la lonza?”
“Lo so, lo so, non è quella che si mangia pressorè! La lonza è un vizio, la lussuria.”
 “E… in che consiste?”
Non è una domanda a trabocchetto, temo che arrivi la solita risposta di questi ultimi tempi di afasia linguistica, di deperimento lessicale irreversibile: “A me non mi sembra tanto brutto come peccato, a chi non gli piace il lusso?” mi risponde David accarezzandosi i nuovissimi pantaloni di tendenza: disegno mimetico grigio, bianco e azzurro, vita bassa, tasche bilaterali, con ogni probabilità acquistati al mercatino dopo essere stati scaricati (senza il permesso dell’autista) da un TIR in sosta nell’area di servizio dell’A1 tra Teano e Caserta - Salerno. Già a chi non piace il lusso, rimugino tra me. Magari anche una bella vacanza vera. Come non desiderare l’altrove da qui…
Basta, per oggi. Riprendo cocciutamente a spiegare, ripeto e cerco di chiarire e poi suona la campana. Raccolgo in fretta libri, fogli registri, mi avvio. “E il voto?” reclama tassativo Davide.
“Ma quale voto! lasciamo perdere”
“Ma sono andato bene, sapevo tutto”
Gli altri, che pur avendo studiato ancor meno degli interrogati hanno afferrato la situazione, si divertono e oramai lo aizzano “Fatti dare il voto!”
“Se proprio insisti sarebbe un’insufficienza! Quattro ad esempio.”
“…Faccio venire mio padre! Io avevo studiato! mio padre lavora in televisione!”
“Bravo, l’aspetto” rispondo sorridendo e senza riuscire a irritarmi. Mentre la classe se la gode un mondo, Marco si avvicina e mi chiede se lo posso reinterrogare: lui ha capito e ristudierà da capo per avere la sufficienza.
L’altro, esponente verace di irrisolti nodi socio-psico-umano-pedagogici improvvisa due mosse di break dance e, dimenandosi, se ne va tra squittii e frinii. Domani verrà con altri pantaloni, altra felpa, altre scarpe: domani è venerdì e all’obelisco dell’EUR c’e il settimanale raduno notturno per le corse clandestine di cui è assiduo.
Marco se ne tornerà al Divino Amore dove aiuta il nonno in campagna; adesso stanno raccogliendo le olive: nel cervello soltanto la Roma, nel cuore soltanto Deborah, che non se lo fila, ma che lui vorrebbe accanto a sé mentre impavido e incosciente corre, con il casco portato al braccio, lanciato sul suo scalcinato motorino.

postato da: Mariaserena alle ore 13:04 | Link | commenti (4)
categoria:il mio libro, la classe non è doc
f8d698aea36fcbead2b9d5359ffca76f{insert_cache a:2:{s:4:"name";s:17:"SocialBookmarking";s:4:"node";O:8:"stdClass":23:{s:3:"nid";s:7:"9731683";s:4:"type";s:6:"myblog";s:5:"title";s:43:"Un racconto in cui i ragazzi si riconoscono";s:5:"score";s:1:"0";s:5:"votes";s:1:"0";s:3:"uid";s:6:"335807";s:6:"status";s:1:"1";s:7:"created";s:10:"1162209891";s:7:"comment";s:1:"2";s:7:"promote";s:1:"0";s:8:"moderate";s:1:"0";s:5:"users";s:0:"";s:6:"teaser";s:1:" ";s:4:"body";s:135235:"


Pubblico qui il mio libro E' una scelta di libertà e autonomia. So che i ragazzi, come alcuni amici affettuosi e sinceri,  vi si riconoscono e lo leggono volentieri.
Grazie!

"La classe non è.doc"
(già registrato alla SIAE).
Note scolastiche
di Mariaserena
 
Disegno Nicola_03 002
 
Prima puntata: Avviso sommesso
 
Si avvisa l'eventuale lettore che i fatti narrati sono veri e reali, come pure è del tutto rispondente a verità ciò che riguarda i miei studenti, senza i quali questo racconto non avrebbe mai potuto essere scritto, e che ringrazio perchè invece esistono ed hanno movimentato la mia vita.
Forse, ma ne dubito, anche ai miei colleghi e i miei dirigenti piacerebbe essere altrettanto... veri o reali, mentre invece sono solo un immaginario, ma verosimile, mix storico di abitanti della Sala Insegnanti...
Questo racconto a puntate è dedicato a... ..i miei ragazzi del corso A Telematico  per i quali ogni aggettivo è inadeguatoi voti in pagella sono privi d’interesse mentre l’affetto è senza condizioni.
 sarò buona .
 
Ecco qui la : "Prima puntata"
cap.1 Settembre, andiamo
Settembre, a Roma, è un mese indolente e quieto che sembra fatto per riprendersi d’animo.
Le scuole riaprono il primo, ma sembrano chiuse appena ieri con gli esami di stato celebrati fino a luglio inoltrato, tra polemiche e strascichi, corse alle vacanze, ricorsi dei delusi e riti di famiglie riunite solo per l’occasione. Ci avviamo dunque a scuola fidando, non proprio segretamente, in un rimasuglio di riposo concreto; i mariti in ufficio, i figli con gli amici, i nonni che hanno smesso di lamentarsi per l’afa e non hanno ancora motivo di farlo per il freddo, gli alunni ancora latitanti: giusto un paio di riunionicine… e poi la pace dei sensi e il furore dei mercatini. Illusioni. Sul primo settembre piombano, rapaci, ombre che oscurano quel sole poco prima ancora benigno: è il collegio docenti con l’annesso e riusato discorso del dirigente, sono i sorridenti accoltellamenti sull’orario, le piacevoli risse per la distribuzione delle cattedre … e, giù fino alla cruda realtà della formazione delle classi.
0Le riunioni dei consigli sono in corso e giunge notizia della composizione delle terze classi. Questo anno la nostra terza sezione A è formata da 31 ragazzi, compreso un mazzolin di ripetenti e di esterni. Tutti maschi, di provenienza varia: di Roma sud, dell’Ardeatina esterna, del litorale, dei Castelli, di Acilia, di Pomezia, dei ponti del Laurentino; di mala fama aggiunge una collega del biennio a suo tempo travolta e azzoppata per le scale da qualificati esponenti del gruppo incriminato. Veniamo poi a sapere che nella sezione B sono in tutto 18 (di cui metà ragazze e tra i maschi qualche figlio di collega proprio perbene) un numero che sembra idealmente proporzionato ad una rappresentazione da presepio di Capodimonte, nella C sono 19 e 16 nella D.Tentiamo un chiarimento con il DS (Dirigente Scolastico), ma lui, seccato e freddo, è fermo come la rocca di Gibilterra; classe fatta non si tocca e aggiunge brusco che è impensabile, risistemare le aule dove i banchi e le sedie sono già stati distribuiti e contati dai bidelli.
Situazione schizofrenica ma eccezionale? Niente affatto, ce n’est qu’un début.
Sono passate solo due ore, settembre non è più sereno né languido per noi, le zanzare tigre gozzovigliano sulle braccia un po’ molli e ignude per i vestimenti ancora leggeri: segni e presagi non lusinghieri per l’anno che inizia.
cap. 2 Storie e lotte di classi
Il primo pensiero, tornando a scuola, va a quello che dovrò affontare: i miei studenti.... e non posso fare a meno di pensare che....
Attualmente gli alunni sono iscritti dopo elaborate e attente pratiche di orientamento e riorientamento messe in atto in collaborazione con le Scuole Medie e l’Istituto ha adottato, a ordinamento, il Progetto Brocca articolato in tre indirizzi che convivono in equilibrio formale e non sempre garbato né privo di rinascenti diffidenze; e sull’attribuzione delle sezioni e sulla distribuzione numero degli iscritti si aprono spesso velenose contraddanze.
Anche quest’anno dunque la formazione delle classi non è stata casuale né stabilita da criteri d’equilibrio. Come accade da qualche anno solo gli ultimi insegnanti candidamente democratici o fatalisti, continuano ad accettare le classi così come capitano, mentre i più avveduti si organizzano e manovrano, fin dall’estate, con la perizia degli addetti ai lavori.
Una classe è, infatti, il risultato di una complessa aggregazione di alunni che deriva da un mosaico di varianti: il rapporto maschi-femmine, la provenienza da scuole medie diverse e da quartieri centrali o periferie, da realtà sociali più o meno problematiche, nonché da situazioni difficili già segnalate nelle schede scolastiche fin dalle elementari. Tutti questi elementi si combinano insieme e possono rendere un anno scolastico vivibile o massacrante.
Tra luglio e agosto la scuola è in vacanza ed appare spopolata, invece vi opera attivamente un esiguo e sagace team di prof funzionali e spigliati organizza ben allevate classettine di alunnetti di buona famiglia le cui iscrizioni vengono, fin dalle medie, scrupolosamente pilotate verso determinate sezioni. L’operazione è condotta da mani assolutamente vellutate nel pescare, dai faldoni, i nomi giusti che finiscono nell’elenco voluto.
Non esiste uno strumento che misuri scientificamente quanta maggior fatica sia affrontare trentuno adolescenti portatori sani di neuroni disinibiti e ormoni arrembanti piuttosto che diciotto figli di famiglia, divisi in uguale numero di maschi e femmine sussurranti come un coro da parrocchia, per di più inaspettatamente abituati a mangiare con le posate.
Tuttavia un osservatore, pur non maliziosamente meticoloso, potrebbe farsene un’idea anche solo dando un’occhiata alle fisionomie di docenti che escono da aule diverse, e percorrono corridoi separati, al termine della mattinata scolastica.
Da un lato lo sfacelo di stremati consumatori di antispastici e di valeriane e ansiolitici, dall’altra le guancine fardate e le boccucce appena velate dal persistente baffetto di cappuccino-e-brioche, il setoso trench annodato in vita e bordato di sinuosa pelliccetta volpina o il giusto tailleur.
Dal nostro lato le capelli chiome da naufragio, l’occhio sconvolto e la sopravveniente tachicardia, dall’altro il tintinnio dei braccialetti, il fruscio del passo obliquo simil felino e la frangia cotonata incollata ad onda.
Nel loro corridoio le aule luminose, dove si distribuiscono porzioncine di sapere ben amalgamato ed enfio come un soufflè, nel nostro gli ex-bagni riattati e l’aria opaca di afrori fronteggiati alla meglio con gli appelli all’uso di acqua e sapone (prescritti tre volte al dì) nonché al cambio di maglietta dopo l’educazione fisica. Nella sezione top una quiete contegnosa, ma evidentemente corroborante,   nel corso A i tumulti e le lezioni come sulle montagne russe con tanto di apnea che, minuto dopo minuto, incalza le coronarie.
Con cinque minuti di anticipo sulla campana della prima ora ci si avvia veloci e in preda ad un’inutile ansia, lungo i corridoi polverosi, incorniciati dalle finestre di alluminio; i selvaggi sono quasi tutti puntuali già nell’aula, strapiena e ululante che rimbomba tanto che si può sentirne gli scalpitii e i barriti fin dal piano sottostante e più in là.
 
Le iene invece sorridono (e perchè non dovrebbero?) e sussurrano avanzando sul decolleté noir che conclude l’articolazione fasciata dal collant velatissimo color gazzella: ah…se le scale, sfuggenti, facessero, un giorno, giustizia!
cap. 3  Conoscenza con la classe?
 
Mi avvio all’incontro con i nuovi alunni di terza. Con le altre classi è come un ritrovarsi per un appuntamento e riprendere il discorso. Con la terza, si tratta di iniziare da zero.
Al nostro valente DS non sfugge nulla: egli controlla le nostre presenze, osserva le attività ufficiali dell’Istituto, annuisce ai bidelli disposti nei diversi piani, ascolta la segreteria, riceve i genitori, riunisce i collaboratori e … delega. Delega senza apprensioni o turbamenti la partecipazione al Consiglio di Istituto, la direzione dei consigli di classe, dei Consigli di Dipartimento e spesso anche quella del Collegio Docenti. Ha approvato la distribuzione delle classi nelle aule sui cinque piani della nostra scuola stabilita dalla bidella per competenza preposta all’ufficio.Personalmente, inoltre, organizza con scrupolosa efficienza gli aspetti delicati del funzionamento della scuola; infatti, quest’anno ha disposto che i registri di classe dei tre corsi siano di colore diverso: quello del corso Telematico è rosso, dell’Igea è grigio e l’azzurro è per il Linguistico. Inquietanti cromatismi.I registri di classe giacciono quindi ordinati sui ripiani dell’armadio in Vicepresidenza nell'attesa degli insegnanti della prima ora che hanno il compito di portarseli in classe.
Salgo dunque le solite scale, sempre affollate e sonore.
Sui gradini, tra qualche ricciolo di polvere, già avvistato lo scorso anno, le scarpe salgono e scendono intrecciando colori e ritmi. Salgo, nonostante tutto, quasi leggera e senza pesi; è il primo giorno, porto con me solo pochissimi fogli, giusto un libro e il mio registro nuovo. Entro in classe. Guardo assenze-presenze già scritte nell’ora precedente. Meccanicamente leggo le annotazioni e le firme dei colleghi; anche quest’anno qualcuno ha scritto, nello spazio riservato alla casella degli argomenti delle lezioni, la frase rituale “conoscenza con la classe”. In casi come questi l’elegante-sportivo collega Pestaragni che insegna lettere in un corso parallelo, mi definisce, senza tante esitazioni, ipercritica e non costruttiva; perciò sanziona, saviamente, il mio eccepire su forma e sostanza. Mi astengo dunque dall'esprimermi sulla vuota ovvietà della frase rituale, invece mi impunto impaziente, nel contesto dell’approccio verso una classe nuova, sulla disinvoltura con cui si adopera la parola conoscenza.
Mi guardo intorno: l’aula, ridipinta, chissà quando e da chi, di un freddo colore verde mentolo da emicrania, ricorda i camici chirurgici degli ospedali di fiction televisive, ma anche certe minuscole rane velenose delle foreste amazzoniche. Le finestre ampie, nemmeno gli infissi opachi di sporcizia sedimentata riescono a velare lo splendore del sole, sono tutte aperte. Fuori, sulle robinie e gli allori, assaliti dalle edere incolte, le cicale strillano ancora ininterrotte e solo periodicamente sovrastate dai rumori del traffico, delle ambulanze in corsa verso il S. Eugenio, dei taglia erba manovrati dai bidelli.
Istantaneamente tutto l’esterno diventa un unico effetto sonoro di fondo, mentre qui dentro è, per un lungo attimo, il silenzio: sono entrata, li guardo e mi guardano.
Sono loro i miei trentuno interlocutori di quest’anno: hanno sedici o diciassette anni, sono tutti maschi e appaiono goffi, sproporzionati e sudati.
Rassegnata li osservo presentendo che li troverò inglobati nel loro brodo primordiale di irrancidite abitudini scolastiche. Li scruto e mi paiono a loro volta rassegnati, ma forse sono invece semplicemente in attesa.“Conoscenza con la classe”, la frase continua a ronzarmi nella testa; riconosco che mi infastidisce eccessivamente; in fondo è solo una delle tante che si ripetono per abitudine. Non mi chiedo quanto ci vorrà per conoscerli ad uno ad uno. Tutti hanno alle spalle almeno dieci anni di scuola, e sono quasi dei veterani di abitudini in gran parte da discutere e rivedere.
Se qualcuno mi leggesse dentro conoscerebbe le perplessità, gli interrogativi, le inquietudini che mi accompagnano mentre il reciproco guardare prosegue.
Ma, m’illudo, che nulla mi si legga in viso.
Non credo che si esporranno per primi; come al solito attenderanno la mia apertura di partita predisponendo automaticamente tutte le mosse successive. Immaginano, indolenti, che il loro solito copione fatto di simulata sottomissione, ma anche nozioncine appiccicose e bugie (mamme e papà spesso complici) più un quid di adulazione strategica e rush finale potrà funzionare anche con me. D’altronde neanch'io posso sapere come andrà davvero, ho imparato invece ad attendere, perchè non solo ogni classe è una complessa realtà in sé diversa da tutte le altre, ma è anche il risultato di una combinazione di parti, elementi e sostanze connesse da energia e che ogni azione rivolta al singolo determina reazioni degli altri e tra gli altri. E infine che loro sono trentuno ragazzi più o meno amici o compagni da anni; mentre io per loro sono una quasi sconosciuta che non li conosce.
Tuttavia, temerariamente come al solito, sorrido perché non alzerò barriere, nemmeno con loro. Loro che sono adesso la mia classe, il mio lavoro.
 
cap. 4  L’appello, secondo Matteo
 
Giorno dopo giorno il lavoro si avvia. Ogni mattina comincio leggendo ad alta voce l’elenco dei nomi per l’appello. Come in tutte le terze l’appello è necessario non tanto per dovere d’ufficio, ma soprattutto per imparare i nomi. Ma questi, i fuorilegge, lo aspettano come un rito e sperano anche negli inevitabili errori nel pronunciare, per la prima volta, cognomi nuovi. E’ il caso di Ancòri (Ancora, Ancòra), di Sìclari (azzeccato al terzo tentativo: Sicari, Siclàri, Sìclari,), Cucurnia (Cocurnia), Gasparoni (Gasperoni), Viti (Vito) e così via.
In questa classe uno spigliato spirito trasgressivo ha fatto, già dal secondo giorno impercettibili correzioni sulla lista dei cognomi per farne sbagliare la lettura ai professori, anche io non sfuggo, e loro segnano il punto.
Nel giro di due settimane la mano anonima ha manipolato l’elenco ufficiale computerizzato, preparato dalla segreteria, per aggiungere, accanto ad ogni nome, il relativo soprannome.
A quel punto fare l’appello diventa un percorso ad ostacoli, perché i soprannomi sono perfettamente appropriati e indovinati e corrispondono al carattere, alla fisionomia, ai tic, a particolarità del carattere e così via.
E' difficile ignorare l’ironia dei giochi di suono e parola, delle caricature verbali e delle iperboli : “Goretti” (risultato di Gori+Sanetti che identifica due giovanetti molto simili, almeno in apparenza, di forma e carattere) Fumolo (detto del nicotinomane della classe) Er Pacio (Paciolla), “belli capelli” (ovviamente del tendente alla calvizie), Pasticciere (dell’imbranato nell’allestire un qualsiasi ragionamento logico), Pariolo (ovvero Giorgio che veste firmato), Polaretto (ossia Alessio dalle mani fredde), Matteo (soprannominato Bocciato) e Daniele er Roscio.
Se mi indignassi, ma non sono così seriosa da riuscirci, e li rimproverassi otterrebbero di farmi perdere tempo di lezione, e di divertirsi ancora di più. Per cui faccio attenzione cercando di non sbagliare e chiamo i vari nomi tentando di mostrare, almeno, la inutile ma dovuta disapprovazione. All’inizio provano anche a confondermi rispondendo all’appello al posto di altri e scambiando continuamente il banco. Matteo, inoltre,  che di solito, arriva con orario mobile personalizzato, sostiene che non si dovrebbe iniziare l’appello sempre dalla lettera A perché, gli capitano, per statistica dice, maggiori probabilità di vedersi annotare il ritardo e quindi l’obbligo di giustificarlo e i problemi connessi. Per questo smania e agita la necessità che la chiamata inizi, secondo logiche di rotazione, dando a tutti una possibilità di essere chiamati per ultimi. Matteo è un pestifero veterano, un ripetente benissimo inserito e perfettamente a proprio agio in questa classe sulla quale avanza qualche pretesa di leadership essendone anche uno dei rappresentanti eletti: ha tratti psicologici disinibiti e animo da dinamitardo.
Sono sue, al novantanove per cento, le manomissioni del registro di classe, nonché le iniziative che movimenteranno l’anno scolastico (“cappotte”, contestazioni e dispute con gli insegnanti, provocazioni), il verso della gallina, del gabbiano, della vespa, la riproduzione integrale del richiamo trasmesso dall’altoparlante del riparatore ambulante di ombrelli, cucine a gas e scaldabagni, i mugolii ansimanti e i canti a bocca chiusa.
Suo il dare il via alle inconsulte reazioni della classe all’ingresso dei docenti non convenientemente muniti di idonee prerogative: carisma o ferocia, esercizio all’incantamento dei serpenti o altri poteri paranormali indispensabili alla sopravvivenza nella classe terza A telematico: trentuno tutti maschi. Sue anche numerose simulazioni di malori allarmanti come sanguinamenti e conati, capogiri e sudorazioni profuse, febbri e crampi improvvisi.
Sua, però, anche la disponibilità all’assistenza di compagni eventualmente in reale difficoltà per qualsiasi motivo, incidenti o mal di pancia compresi, clamorosi insuccessi scolastici o inaspettata e temuta convocazione in presidenza per un genitore inferocito venuto a controllare il numero effettivo delle assenze. Suo lo schierarsi in infruttuose, ma sincere, difese di una classe indifendibile e imputata di svariate e molteplici malefatte: dal vandalismo in su.
Non sua, anche se l’approva incondizionatamente e la condivide con sovrabbondante partecipazione, invece, l’iniziativa di l’ alzare i cori: da stadio o meno.
 
 
cap. 5  Io sentiva osannar di coro in coroCALCETTO Quinta A 024
(Dante - Paradiso XXVIII, 94)
 
Entro nell’aula e chiedo ai ragazzi della nuova classe se vogliono farmi qualche domanda. Ne ho collezionate molte nel tempo. Negli anni ‘80 si informavano su quanti compiti in classe, interrogazioni e giustificazioni avrebbero avuto, chiedevano se li avrei costretti a leggere libri e brontolavano (cercando alibi ritriti) che le cose lette per forza sono sempre noiose.
Dai primi anni ‘90 gli studenti hanno progressivamente maturato una minore soggezione o una impertinenza maggiore, esibendo quesiti più disinvolti: se fossi larga o stretta di voti, se durante le interrogazioni potessero tenere il libro aperto davanti.
E’ stata poi la volta di questioni vagamente requisitorie e informative: il mio voto di laurea e l’orientamento politico-ideologico, il voto alle elezioni.
Negli ultimi anni non sempre è stato facile distinguere tra ansie private e provocazione. Favorevole al proibizionismo? e proprio verso tutte le sostanze, fumo compreso? E perché la scuola non si occupa di educazione sessuale?
Ma la scuola non è esente dalle mutazioni della società né da quelle alterazioni (accidentali) che in un patrimonio genetico danno luogo a modificazioni importanti.
I ragazzi sono in simmetria infatti con le trasformazioni (sociali, economiche, culturali e di costume) positive o negative. Ne mostrano, spesso in forme scoperte, esasperate e probabilmente indifese aspetti che altre categorie sociali, meno spontanee e più formali o attente al bon ton, riescono variamente a mimetizzare.
Quando i nostri non cedono il posto sull’autobus nemmeno a morire, o viaggiano urlando e travolgendo il passeggero incolpevole con gli zaini, depositano i piedi sui sedili o dicono le solite frasi irripetibili sul mondo in generale e su genitori e professori in particolare, non manca mai chi sibili “ma cosa gli insegnano a scuola?”.
Già, ma perché solo a scuola? e cosa si insegna in famiglia? e nella società? e dalla tv? e…
Mutati sono dunque non solo il look o i modelli di cellulare, di motorino e di scarpe, ma i comportamenti, le modalità di relazione, il rapporto con gli adulti.
E imperversano nuove manie di costume, come il culto maniacale del corpo (addominali e pettorali a costo di stravaganze iperproteiche e medicinali, ma anche piercing e tatuaggi, rasature e depilazioni) o le rituali bevute di gruppo che, sottovalutate dagli adulti, conducono tuttavia all’alcolismo in età precoce.
Anche la fede calcistica e lo stadio sono veri e propri riti. La maggioranza dei ragazzi della terza rappresenta, in tutto e per tutto un’estensione della curva sud comprendente boys, brigate giallorosse, ultrà e ultras della magica o meglio dell’A.S. Roma (da pronunciare aesse Roma). La minoranza è un gruppo misto di laziali meno esternanti ma altrettanto esaltati e focosi, come Andrea, che irrora il cortile con il fumo dello scappamento della sua vespa verniciata in biancoazzurro, ed esibisce, con Nicola e Matteo, aquile disegnate dovunque sul corredo scolastico, nè mancavano un Fabio sampdoriano, e addirittura un lunghissimo Davide fans e ultrà della Ternana.
 
I colleghi degli anni precedenti, non avevano colto, nel dna della classe, la presenza di questo speciale gene filocalcistico con effetti monomaniaci. Forse per questo invece di informarsi sui loro compiti o sulla mia età mi hanno chiesto: Per che squadra tifa? per la Roma? e le vede le partite?
In attesa della risposta nell’aula è sceso un silenzio sospeso ed ho detto, con qualche esitazione, che vedo qualche partita e il calcio mi piace pur non essendo tifosa.
Dire la verità è meglio, ma non sempre gradito: mi hanno fissato scettici. Le sciarpe al collo, gli zaini e anche i caschi, i diari, le scarpe, costellati di lupe e sigle disegnate con i pennarelli: tutti genotipi prodotti dalla curva e dal tifo. E’ suonata la campana e si sono riversati a valanga nel corridoio. Uscendo, Marco T. ha “alzato” il coro “Nel cervello soltanto la Roma…!”, eccitati gli altri si sono uniti con toni gutturali ed altissimi, “Il mio cuore batte per te/ per il mondo seguendo la Roma/ nessun mai t’amerà più di me”.
Il corridoio risuonava di canti dalle parole ingenue, urlate con foga primitiva. Come non riflettere su una passione così assoluta?
L’apparenza restituiva un’immagine di giovani trincerati in un dogma senza religione, un credo senza ideologia per cui contano solo il rito e il gesto, che appariva brutale e istintivo.
Le prof-colleghe delle classi sullo stesso corridoio e che, con le facce ostili e vitree, erano costrette a passare accanto a loro, si affrettavano e li evitavano accelerando il passo: le braccia strette intorno al corpo, lo sguardo accigliato, la bocca serrata.
Il gruppo non si è imbrancato, ma si è aperto come sfidandole a passare in mezzo. Un invito al confronto, dispettoso ma infantile.
Il gridare insieme, che a tanti riti sociali appartiene, stabiliva il contatto; il gesto, il canto, gli slogan comuni concretizzavano e concludevano una esigenza fisica di marcare la presenza e di segnare l’identità per occupare un spazio, quello scolastico, che comunque appartiene a loro e sul quale volevano imporre le regole del loro gioco.Si poteva fraintendere e leggervi una intenzione aggressiva; ma era soltanto un gioco disinibito e sfrenato, chiassoso: irregolare rispetto alle normali usanze imposte dalle istituzioni.
Una sfida alla disciplina tradizionale, non compresa né accettata.
Diego, Simone, Marco, Adriano, Umut, Mauro, Fabio, Ugo, Matteo, Nicola, Riccardo, Federico, Fabietto e… qualche nome angelicato: Davide, Daniele, Gabriele; età sedici anni, almeno dieci in cui la scuola si è variamente interessata a loro: osservandoli, scrivendo schede, valutandoli (con voti e definizioni sintetiche: insufficiente, sufficiente, discreto, ottimo), spesso annoiandoli, selezionando i più dotati ma forse non riuscendo ad emozionarli e rendendoli ancora più diffidenti e selvatici.
 
 

Prosegue la pubblicazione de La classe non è doc

cap. 6   Sull’orario, provvisorio e definitivo
 
L'orario scolastico è oggetto di molte fantasticherie e non poche nevrosi.
 Dall’esterno è consuetudine annoverare tra i nostri privilegi le chiacchierate diciotto ore settimanali, salvo poi verificare se sia pensabile, o fisicamente sostenibile, produrre un numero maggiore di lezioni frontali (di matematica o italiano) ad una classe di 31 studenti dei nostri.
C’è chi dovrebbe lavorare di più e meglio, ma chi lo fa poco e o male non continuerebbe forse con un qualsiasi orario, più o meno come avviene, altrove dalla scuola, per gli altri mestieri?
L’esibizione del vittimismo, di qualunque provenienza, ma anche la persuasione di vivere nel migliore delle scuole possibili, è forse mediocre, ma non nego che quando si avvicina la fine di agosto mi cruccia e mi pesa il pensiero di come mi verrà organizzato l’orario di lavoro e non il ritorno a scuola e in classe, in sé e per sé, da les grandes vacances.
Ogni anno si ricomincia con la danza delle ore anche perché la redazione dell’orario è diventata uno dei progetti di Istituto che viene realizzato esibendo tecniche di efficienza, ovviamente computerizzate. Perciò l’orario è ottimizzato in funzione dei laboratori, razionalizzato in ragione dei turni di palestra, aziendalizzato in vista degli impegni pomeridiani di sportello didattico, delle lezioni di graphic art o di bridge dei corsi regionali, provinciali e dell’università della terza o quarta età nonché adattato alle esigenze dei super-insegnanti funzioni obiettivo.
Se poi il Preside delega non solo le mansioni, ma addirittura le responsabilità di quanto accade al nostro lavoro, accade che la danza delle ore diventi una danza macabra.
Estensore di orario si nasce, e qualche volta si diventa. Ma mi sono fatta persuasa che le personali doti di chi svolga questo lavoro con proprio compiacimento sono accostabili a un mixage tra quelle di Mamma Ebe e del Minosse dantesco. Siede con gli occhi e la mente connessi al PC, ascolta, annuisce, muove gravemente il capo, stringe le labbra, si passa una mano sulle gote e non risponde né si né no alle richieste di nessuno dei colleghi che restano imbarazzati e perplessi in piedi davanti al suo potere. Nei casi più fortunati l’Estensore lascerà che l’orario sia frutto della casualità, in quelli sventurati avrà già deciso tutto assegnando istruzioni stringenti al software di sua creazione.
I primi giorni le lezioni iniziano con un riciclato orario provvisorio di mattinate più corte (anche se a me toccheranno da subito le diciotto ore), che non provoca scompigli e non scontenta praticamente nessuno. Non ci si illude che il provvisorio sia una proiezione del definitivo, ma per il graduale esaurimento delle energie e delle velleità, mentre le prime settimane trascorrono, le richieste scemano con un lento stillicidio, le smanie rientrano e le pressioni rallentano.
L’Estensore, resosi invisibile, opera.
Il DS di tutto ciò non si cura.
 
Infine il temuto definitivo è pronto e inaspettatamente pubblicato alla chetichella dopo il termine delle lezioni quando gli interessati se ne sono già andati a casa. Il mattino seguente ci si tuffa sgomitando sulla quasi illeggibile fotocopia, slavata e cercando di individuare, dai caratteri minuscoli e impercettibili la propria sorte per un anno di lavoro.
Gli amici che hanno avuto in anteprima notizie tranquillizzanti vagano come pesci in una scatola di vetro esibendo un’accomodante e giudiziosa fiducia sull’alto e imparziale ingegno dell’Estensore; i più, invece, frenetici come pesci nella rete già lanciano saettanti sguardi velenosi e confrontano, odiandosi, i rispettivi destini.
Nel frattempo l’Estensore usufruisce dei suoi meritati e strategici giorni di ferie, durante i quali l’orario, che è stato affisso verso le ore quindici di martedì e visionato mercoledì mattina per andare in vigore il lunedì successivo, supera le fasi delle più acute reazioni che sono destinate a smorzarsi di consumazione o sfinimento naturale.
Tuttavia come ogni anno io affronto l’Estensore, non tanto nella speranza di ottenere modifiche, quanto per l’allergia e il fastidio indotto dall’ipocrisia di chi simulando schiettezza e dissimulando malizie intenderebbe, per sovrammercato, dimostrare di avere, come afferma senza pudore, “non realizzato un orario perfetto, ma un orario ottimizzato al massimo” per il bene generale.
E quasi sempre da questo confronto si dipana un dialogo, che sincopato ed eccessivamente concreto com’è, non potrebbe essere verbalizzato alla lettera, mentre può essere invece rappresentato idealizzandolo, come segue, con un poco di necessario surrealismo.
 
 
Dialogo dell’Estensore e di Profi
 
Estensore. L'orario, l'orario nuovo! Ti interessa l'orario Profi?
Profi.  L'orario delle lezioni per il nuovo anno scolastico Estensore?
Estensore. Si Profi.
Profi. E come sarà quest'anno il mio orario? Sarà bello?
Estensore. Si, certamente.
Profi. Non sarà come quello dell'anno scorso… non potrei non volerlo accettare?
Estensore. Potresti accettarlo senza volerlo
Profi . Sarebbe possibile?
Estensore. Sarebbe utile.
Profi . Non mi sembra chiaro… Non avevo pensato…
Estensore. Pensare… non è affatto necessario.
Profi. Davvero?
Estensore. Posso affermarlo con estrema tranquillità; infatti ho elaborato un indice di apprezzabilità individuale che dimostra come risulti del tutto più funzionale, rispetto a velleitarismi personalistici autovalutativi della propria soddisfazione, che io pensi anche per te. In altri termini io so quali sono i tuoi desiderata
Profi. Come sei altruista. E pensi solo per me o…
Estensore. Naturalmente no, posso pensare per molti, anche per tutti. Il mio indice di apprezzabilità individuale calcola ogni volta, algebricamente, con successivi cicli di ottimizzazione, i desiderata di ciascuno. Ciclo per ciclo ho ottimizzato i risultati.
Profi. Ma sembra complicato…non si potrebbe semplificare?
Estensore. Ho avuto, in più occasioni, modo di affermare che non è colpa mia se il mondo è complesso.
Profi. Tuttavia sono così abituata a pensare con la mia testa che… non riuscirei a lasciar pensare te in vece mia.
Estensore. Permetti una domanda personale?
Profi. Più personale della proposta di non pensare?
Estensore. Nella misura in cui per te potrebbe esserlo di più.
Profi. Non mi sembra di capirti bene
Estensore. Constati dunque l'evidenza dell'utilità che capisca io e che io solo mi occupi di tutto.
Profi. Io non costato nulla. Fammi invece la domanda personale a cui accennavi...
Estensore. Ricominciamo. Come vorresti l'orario nuovo?
Profi. Certamente non come quello dell'anno passato… Avevo cinque ore consecutive il lunedì, quattro il martedì, quinta, sesta e settima il venerdì e…
Estensore. Allora come quello di due anni fa?
Profi. Via non scherziamo… Quello è stato l'anno in cui ho avuto due settime ore nella stesa classe per due giorni consecutivi e…
Estensore. Vorresti tornare indietro nella vita, e ricominciare da quando eri una insegnante di prima nomina?
Profi. Ma questo è il sogno di Faust, mi accontenterei piuttosto di un orario non dico bello, ma almeno passabile.
Estensore. Segui dunque questa mia applicazione della logica aristotelica!
Profi. Ti ascolto...
Estensore. Gli orari non scientifici possono non essere perfetti, io creo orari secondo metodi scientifici, dunque io creo orari perfetti.
Profi . Questa sarebbe logica aristotelica? Il ragionamento non mi sembra chiaro.
Estensore. Esibirò un altro esempio, più semplice: a te non è piaciuto l'orario dell'anno passato, non ti è piaciuto nemmeno quello di due anni fa, dunque a te non piacciono tutti gli orari.
Profi . Non riesco proprio a capire come tu…
Estensore. Se non capisci è perché non è sai pensare in modo razionale… e non afferri l'algoritmo!
Profi. Io non desidero afferrare algoritmi, semmai avere un orario ragionevole.
Estensore. Se la ragionevolezza fosse utile e apportatrice di progresso o vantaggi economici avrei già provveduto personalmente ad estenderne aspetti particolari, generali e universali. In realtà colui che è ragionevole si adatta al mondo, gli irragionevoli cercano di cambiare il mondo per adattarlo a se stessi dunque è di tutta evidenza che il modo va avanti grazie agli irragionevoli. Il corollario è il seguente: posso affermare senza falsa modestia e tema di smentite che IO svolgo un non ininfluente ruolo nel progresso del mondo perciò so anche quale sia l'orario funzionale.
Profi. Dovrei credere davvero che sai quale orario è funzionale per me?
Estensore. Apprezzo questa tua nuova flessibilità. Hai convenuto finalmente come funzionale sia all'insegnante proprio quello che risulti funzionale in se stesso. Questo è il risultato del mio algoritmo da cui discende logicamente un orario generalmente apprezzabile perchè imperfetto che sarà mia cura rendere imperfettissimo per adattarlo meglio a te!
Profi. Non ho parole, Estensore. Non immaginavo si potesse tanto.
Estensore. Vedo che apprezzi la mia benevola disponibilità. Ti ho già dedicato molto del mio tempo, formalizza dunque la tua richiesta, poi penserò io al tutto.
Profi. Facciamo così, dammi l'orario così come viene, a caso.
Estensore. Prendi questo, è già pronto (tanto ci voleva…). Arrivederci ingrata Profi.
Profi. Addio.
 
cap.7  Dipartimento di lettere
 
Di pomeriggio si riunisce il Dipartimento di lettere per la programmazione didattica annuale e per l’elezione del coordinatore.
Per buona sorte una scelta veloce e quasi superflua perché il candidato, l’elegante-sportivo Pestaragni, già sponsorizzato nei corridoi, accetta di buon grado e, appena imporporato da un velo di adeguata modestia, ci fa grazia di superflue cerimonie avendo già apprestato l’innocuo discorsetto di rito che snocciola pianamente e con un indefinito sorriso accattivante.
Ho addosso le impressioni della nuova classe e lo sgomento per i problemi da risolvere; pensavo di confrontare qualche opinione o eventualmente di proporre un’analisi dei problemi educativi sollevati da quest’ultima generazione di ragazzi. E’ possibile che solo i miei siano cosi? Pestaragni tronca risolutamente e, tra la annuente approvazione generale, si attiene alla sua interpretazione dell’ordine del giorno affermando che ci vuole concretezza e che è inutile discutere sui massimi sistemi. È appagato della sua efficiente e lucida analisi: il nostro sistema scolastico non è perfetto e la nostra scuola ha gli stessi problemi di tutte le altre. E' evidente che lui si contenta di sopravvivere in questa imitazione scialba di una didattica del possibile che pare che sia anche l’unica che gli convenga.
In questi casi, mentre il collega-coordinatore continua ad accumulare piccole e assennate affermazioni, la cosa migliore per la salute mentale è divagare simulando un compunto interesse finché non sarà tutto concluso. Tra lo spensierato annuire comune, aggiunge che, per quello che ci pagano, non si può pretendere che ci si metta anche della passione nell’insegnamento. Lo seguo in apnea e, forse confusa dall’aria appesantita dalla prolungata permanenza dell’auletta in cui siamo stipati, associo immagini e pensieri extravaganti. Rimugino tra me che noi denunciamo l’apatia degli alunni, che non gliene può importare di meno… e mi viene in mente anche una canzone dell’unico Eros che i miei alunni conoscono, secondo cui ci vuole passione.
I colleghi intanto convengono: la passione nell’insegnamento è un optional (come l’acqua frizzante e la camera singola nel pacchetto vacanze tutto compreso o il ketchup e la mayonnaise sull’hamburger o l’aria condizionata sull’utilitaria) e la piccola assemblea passa alle decisioni strategiche: il test d’ingresso per le prime (sessanta domande distribuite su quindici fogli...) o quanti compiti in classe, quante verifiche orali, quanti test a scelta multipla per concludere trionfalmente denunciando , tra replicati scuotimenti del capo, quanto scadenti e immaturi (la collega Girardina li definisce "nulli" tout court) siano i nostri utenti.
Ma siamo sempre stati così? E come si sono potute formare queste certezze grommose che hanno attecchito tra tanti di noi?
Amaramente vado costatando come nella scuola si siano materializzati professori-impiegati e professoresse-televendita che tentano di guadagnare grigiamente un poco più di denaro sul vuoto o sul riciclato, e che organizzano monte-ore di corsi pomeridiani per accedere al cosiddetto salario aggiuntivo. Come se avesse un qualsiasi senso ammannire, dopo le 14,30 del pomeriggio, nelle aule sbaraccate, con i ragazzi spalmati senza più reazioni vitali sulle scale dell’ingresso, nella desertificata inconsistenza di ogni forma di partecipazione al dialogo, un omogeneizzato delle stesse lezioni andate in onda inutilmente al mattino; chè di questo in sostanza si tratta, quando non di peggio. Più o meno è quello che accade con le scialbe lezioncine-ripetizioni precotte somministrate tramite un generico software didattico da un prof impettito e dispeptico, per il pranzo da fast food, che sorveglia i suddetti alunni-zombi appollaiato come un barbagianni sul provvido sgabello.E anche qui ora si continua a straparlare ed annuire senza percepire neanche un po’ di aver smarrito il senso di una professione, di essere approdati alla condizione di travet, di ingannare perfino se stessi.
Osservo ormai da due ore, sentendomi parecchio marziana, i miei colleghi. Facce stonate, parole trascinate, ascolto ostentato, qualcuno suda su indumenti stazzonati. Chi potrebbe tentare di attivare una qualsiasi reazione? Tento di inserirmi e propongo l’evidentemente superato argomento di lavorare al recupero della motivazione allo studio; immediatamente mi sento ancora più estranea. Una ex giovane collega, icona di petite femme savante, scuote i riccioletti e mi definisce all'istante “brontolona” non accorgendosi di usare un linguaggio da western anni cinquanta. Il neocoordinatore trattiene nel petto, involto nella camicia di tendenza, un contenuto fastidio. C’è anche la collega Vacondìo, seria e compunta, che regge a fatica la presenza dei non allineati e lascia intendere senza perifrasi, che lei ha i compiti da correggere, i progetti didattici in cantiere e le colleghe di classe da accontentare.
Dunque affrettiamoci, concludiamo.
Nell’aula, prestata dalle lezioni del mattino alla barbosa e deprimente riunione, ci sono ancora i cartocci delle merende sbriciolate sotto ai banchi devastati dai pennarelli. Sul piano di plastica verde sono state appiccicate figurine di calciatori, elenchi di risposte previste alle interrogazioni, incisioni di coltellini; se, distrattamente, mettiamo una mano sotto alla sedia per spostarla la ritiriamo invischiata da pezzi di gomme da masticare (quelle senza zucchero anche più appiccicose delle BigBabol); se giriamo lo sguardo vediamo sui muri disegni, scarabocchi un po’ osceni, anche se praticamente incomprensibili, insulti ai prof, inni alla Roma con la relativa lupa e alla Lazio con aquila connessa. Ma in pochi ci accorgiamo della irrimediabile lontananza tra il vacuo cincischiante discorrere del nostro coordinatore Pestaragni (& i suoi onesti elettori) e il fare scuola ai ragazzi.
Perché questi colleghi più giovani mi sembrano invece più vecchi e più dinosauri di me? Approviamo tutto; perfino il forforoso collega Vispetti e la sua colitica proposta di un ciclo di conferenze (pomeridiane ergo retribuite) sui maggiori poeti dialettali e vernacolari del secondo ottocento, e il collega Collonda che fa approvare, un progettino niente male sull’anniversario della pubblicazione di un’opera di D’Annunzio che coincide, oh! Annus mirabilis…con quella di qualche altro incolpevole autore di primo 900.
E senza colpo ferire… ma sì, ma sì; perché no, perché no?
Fuori è pomeriggio inoltrato, la nostra magnolia (in tutto questo sembra lei la forma di esistenza più plausibilmente vitale) matura semi rossastri tra le foglie lustre che riflettono gli aranciati raggi cadenti.
Scendo ancora una volta quelle scale, sempre più insofferente. Scambio due o tre commenti amarissimi con Gianni, un bravo collega più annoiato di me. Ma davvero oggi va cosi? E dunque non serve più voler trasmettere né il bello dell’arte né il senso del cammino della storia? E proprio più per nessuno si accendono le passioni e le fantasie, né si alimentano interessi? La riunione è finita nel solito modo e il diligente di turno ne scriverà il prescritto verbale.
Ometterà di riferire che anche questa evoluzione è avvenuta: dovutamente lenta ed impercettibile. Gli insegnanti stanno cambiando, e i neo-dinosauri-docenti si avviano compiaciuti, scuotono le code e le battono, facendo rumore, per terra.
Sto pensando che gli scienziati da tempo hanno ipotizzato che l’estinzione dei grandi rettili sia attribuibile alla caduta di un asteroide o una cometa, caduto nel cuore dell’America centrale dove è rimasta la sua impronta, una depressione di 180 chilometri di diametro, profonda 900 metri, per buona parte sommersa dalle acque del Golfo del Messico.
Siamo usciti e là fuori, vicino al cancello, i nostri utenti, trattenuto dai recuperi pomeridiani di Elettronica,  ci ha visto, sorride, gesticola e aspetta un saluto, una battuta. Gianni non si sottrae: “Sebastiano, stasera ti interrogherai lungamente sul crepuscolo… “
I nostri ragazzi ridono: gli occhi e il cuore contenti perché lui si è fermato a parlare con loro e gli ha dato attenzione. Dove le pescherà queste cose, penso, ma tutti sanno che lui è uno che riesce a fare apprezzare agli studenti la poesia, il teatro, la letteratura contemporanea, i film di Polanski e Bergman o… Sette spose per sette fratelli.
E allora chi se ne importa e se ne ricorda più dei nuovi dinosauri caudati.
Aspetteremo, pazienti, la loro cometa e chissà…
Salgo in macchina, accendo il motore e la radio su una stazione qualsiasi e sorrido anch’io perché suonano Hello, goodbye dei Beatles per cui alzo felice il volume.
Guidando penso di scrivere una lettera a Gianni, gliela darò domani.
 “Ci sono ripetizioni per la mente, nessuna per il cuore” , ma è poi vera questa frase? Ricordo di averla svolta come titolo di un tema in classe, comunque preferibile a un’ora di chimica o fisica, simulando, come l’occasione richiedeva, uno studiato entusiasmo. Dicevano fosse di Goethe. Con affetto.
 
cap.8  Musica di scuola
 
Caro Gianni,
tanta nostra scuola ha avuto una colonna sonora: come in un bel film le immagini e i suoni si sono sovrapposti e intrecciati, hanno creato attese e sottolineato i finali. E per tanta scuola non m’era proprio sembrato che fosse poi sempre la solita musica, nonostante autori ed esecutori fossero i medesimi. L’ingresso, più spesso nelle mattine autunnali, risuonava di richiami, di saluti, di ritornelli ripresi e variati, di intelligenti dissonanze; l’intervallo rimandava un tramestìo di fondo, ma nell’acustica sorda dell’atrio s’udivano pure gli accordi di qualche fuga (durante la ricreazione allora si era semiautorizzati a una scappata veloce al bar di viale delle Montagne Rocciose, da Tonino) o arpeggi preliminari al terzo o quart’atto di una mattinata scolastica come opera in progress… Bizzarro, no? Ma ora che molti maestri o suonatori sono cambiati, la musica ripete solo due o tre andantini mediocri. E l’orchestra va, appunto, avanti con poco moto e pochissimi allegro; ci sarà, e quale, il finale?
Spero non un sinistro rullo di tamburi…
Invece la mia musica preferita, da quando ho capito come i ragazzi più silenziosi e attenti e tranquilli non fossero, necessariamente, anche i partecipi e gli intelligenti, o almeno curiosi e umanizzabili, è stata sempre quella improvvisata e poco armonica, ma viva della classe.
 
Era fine maggio e leggevo “…piove sulle tamerici salmastre ed arse, piove sui mirti …” , ma i vetri aperti non vibravano per suoni d’acqua. Ho guardato un attimo alla finestra: piovevano invece pezzi di quaderni e libri, anche un paio di sacri cancellini e, (che orrore, che vergogna! ai miei tempi!) uno zaino. Mi sono morsa le labbra per non ridere con loro, ma avevano ugualmente capito che non ero riuscita a scandalizzarmi abbastanza e speravano di unirsi alla festa. Al piano superiore si celebrava la prossima fine d’anno mentre volavano via le ultime interrogazioni: liberatrici, anche per me. Com’è più seria la musica adesso; è tutta un ticchettio contabile di debiti e crediti, una partita doppia di bilanci e di stanziamenti, di corsi antimeridiani e pomeridiani, di sportelli che si aprono e chiudono senza sbattimenti eccessivi per nessuno.
Come sono compiaciuti i nuovi maestri, e come io invece rimpiango i ticchettii della rossa vicepreside, la bella signora un poco agée, molto profumata, le gambe ancora snelle e ben disegnate in collant retinati quasi altrettanto inverosimili dei sontuosi tacchi-a-spillo, pronta alla battuta, ormai per gli amici prevedibile, e tuttavia irrinunciabile e intelligente.
Già, l’intelligenza altra era la musica.
La musica ci accompagna ancora.
 
Oggi diversamente risuonano i rauchi frinii o le pesanti cadenze dei nostri utenti, ma risuonano, tuttavia.
“Ci sono ripetizioni per la mente, nessuna per il cuore” , ma è poi vera questa frase?Ricordo di averla svolta come titolo di un tema in classe, comunque preferibile a un’ora di chimica o fisica, simulando, come l’occasione richiedeva, uno studiato entusiasmo. Dicevano fosse di Goethe. Con affetto.
 
 tag_a scuola

La classe non è.doc (seguito)

 

cap.9 La collega Evergreen       

 

     (Vous qui passez sans me voir/ sans  même me dire bonsoir/ donnez moi un peu d'espoir...)

 

Alle 7.55 già fasciata dalla sua mise coltivata (gonna longuette, stivaletti, guanti e, sotto la mantella, un aderente cachemirino, quasi insospettabilmente cinese) i capelli scalati sulle spalle e il passo come se fosse flessuoso, la collega Evergreen entra a scuola.

Guarda fisso e freddo davanti a sé, la testa un po’ inclinata in avanti (gli sleali scalini …) Evergreen  non ti vede, non ti saluta, non ti sorride: entra in classe, si sbarazza di accessori e mantella e continua ad ignorare il mondo. D’inverno, unico gesto di debolezza,  si stropiccia le mani fredde per scaldarle. Poi apre il registro di classe, legge l’elenco degli studenti facendo l’appello senza mai alzare lo sguardo sui proprietari dei nomi chiamati: assente, presente, presente - hai la giustificazione? -  assente - presente - presente - no, non puoi entrare, sei in ritardo, sono le 8 e cinque minuti, lo sai che le regole si rispettano; assente, presente… non cambia mai tono, non alza né abbassa la voce.

Man mano ricopia diligente con rotonda grafia. Il suo registro personale potrebbe essere un impeccabile libro di contabilità redatto da un computista; non cancellature, non segni, non errori: solo i voti (a numero), le A A A delle assenze ben marcate, le g g g delle "giustificazioni" (non più di due a quadrimestre!) e le i i i  di impreparato…(quelle tante, come se piovesse). I voti sono ben marcati: i 6 rotondi, pienamente sufficienti, appunto; i 5 incorruttibili, non assomigliano lontanamente a quasi-sufficienze; tuttavia il suo voto preferito (graficamente s’intende!) è il 4: bello, geometrico, quasi un teorema di Pitagora, quasi una intersezione di assi; e che non dà certamente luogo ad equivoci.

Mettere 4, ammette tra sé e sé con recondito compiacimento, è un efficace metodo per sistemare i maleducati ed infilzare i nullafacenti, scoraggiare gli spiriti ribelli e dare in pasto ai genitori delle sostanziose ed inoppugnabili valutazioni: è come condannare definitivamente, ma senza spargimento di sangue, come una preanestesia per una auspicabile bocciatura.

 

Per la verità Evergreen non è sempre così spietata e qualche languore può coglierla se il virus dell’adulazione sorprende il suo sistema immunitario con la guardia abbassata (qualche alunno/a più scaltro lo sa); in questi casi un lieve cedimento l’induce ad applicare un rigore addolcito, una seriosità benevolente. Ma il suo sguardo fisso e freddo (sarà per via di quegli occhi di ghiaccio così difficili da evitare) non tradisce sentimenti e i capelli scalati non si dislocano d’un micron mentre la mise longuette d'ordinanza, in cadenza  tono su tono, non fa una piega; esattamente come le sue labbra indurite da uno spesso strato gessoso e color salmone: diritte, parallele, bruttine.

Esce di classe, percorre i corridoi, scende lo scalone e si allontana da scuola calpestando fogli stracciati da quaderni e brutte copie di compiti, mozziconi e gessetti volati dalla finestra come tappeti stesi ai suoi piedi da un galante vizir.

Vista da una distanza benevola l'emergente Evergreen  è una ex-giovane femmina sicura e forte che non teme la solitudine.

 

Ma la teme, eccome se la teme.

 

cap.10 Tailleur, tailleur

 

Di solito inizio a far lezione dalla prima ora, e per questo esco di casa di corsa dopo avere infilato, quasi al buio, una specie di divisa a strati di peso variabile secondo la stagione: mocassini, pantaloni, golf, giacca o piumino, a volte perfino un opinabile cappellino da cervicale indispettita.

Accade che sbagli ad accostare i colori e lo vedo solo troppo tardi quando fuori, al sole, sto per salire in macchina. Una volta, giuro una sola, sono stata costretta a tornare precipitosamente a casa perché mi sono accorta solo davanti al cancello di scuola che avevo messo due scarpe diverse.

Perciò ammiro le colleghe sempre impeccabili, anche se sfoggiano i capelli cotonati anni sessanta che sembrano parrucche svirgolate e i rigidi, ma sinuosi, tailleur.

E’ vero che nella mia scuola ci sono, ad esempio, anche le ultras dell’alternativo, che inalberano con la stessa convinzione le palandrane svolazzanti e i giubbini jeans (a seconda dell’esito della dieta del momento) su gonnelloni merlettati e sfrangiati abbinati alle adidas running o ai sabot  con il garretto occhieggiante.

Ma evitano il tailleur anche quelle che alle gonne preferiscono cardigan e pantaloni, che invece dell’imbottito lucido trapuntato scelgono il panno,  che non omettono sciarpe di vario peso e colore, non si concedono al lurex, ma prestano ascolto alle tentazioni soft del vintage o quelle (come me) che non interpretano immagini autoritarie o impositive ma, in compenso, sfidano i limiti fisiologici delle vertebre, non precisamente da minorenne, abbracciandosi a covoni di compiti e di libri. Quelle, infine,  che si mettono il cappotto solo per i funerali e contrastano il freddo-umido delle aule con strategie da boy scout.

Ma le prof-doc autentiche e convenienti al mondo, ambasciatrici della scuola nelle contingenze ufficiali e munite di adeguata presentabilità nei confronti delle istituzioni vestono, loro sì, il tailleur. Tal contenuto tal forma (recitava uno che di stile se ne intendeva) e gli alunni percepiscono subito che non c’è da attendersi indulgenze.

Il DS, compiaciuto, le esibisce contornandosene negli alti luoghi ministeriali, consapevole che potrebbe, senza sfigurare, accreditarle presso la Santa Sede.

Le tailleurizzate  programmano con cura il loro status symbol; acquistano un capo  in apertura di stagione (nelle tinte dernier cri)  e due - tre in saldo. Completano con foulard di seta, a disegni da concorso ippico,  e gioielli appropriati; scarpe decolleté e collant in tinta nonché agenda grande, agendina con calcolatrice, cellulare fasciato da una custodia di vellutino  e borsa strutturata louisvuitton. Intervallano oculatamente i tailleur degli anni precedenti e alternano gli accessori per rinfrescare l’immagine.

Il varo del tailleur nuovo, nell’atrio dell’Istituto, è un rito reciproco tra simili e concorrenti che, un filino malelingue, si accendono: "hai visto… tanto le ginocchia storte si vedono lo stesso"."Stavolta pure leopardato…", "interpretazione Moratti…", "versione funzione-obiettivo", "se ne compra uno al mese, bella forza, s’è accaparrata mezzo FIS!"

Le proprietarie del nuovo acquisto pur avvertendo gli umori non sempre affettuosi, avanzano persuase di sé, perfettamente a proprio agio. Il tailleurino da Collegio docenti ha linee e colori diversi da quello da Consiglio di classe, ma quello fondamentale si indossa per il ricevimento generale-e-globale dei genitori. In quell’occasione si celebrano anche altri riti:  si rinfresca la messimpiega, si fa una capatina a casa per il ritocco al maquillage, si sbandiera il fondotinta-levigante-ravvivante copri-occhiaie e … ci si concede solo uno spuntino composto da due tartine leggere leggere.

Tutte fatiche sprecate: non solo i genitori non avranno occhi che per il registro, ma qualche mamma oserà sfidare il tailleur d’ordinanza appena incignato sfoggiando il proprio, probabilmente più firmato.

Un applauso al tailleur: fondamento e coronamento delle insegnanti affidabili; come il piano di lavoro didattico, come i compiti in classe, come lo scrutinio. Esse vi si identificano.

La notte si preparano al meritato riposo indossando un pigiama-tailleur e, se non intrattengono più appaganti passatempi, rileggono comunque compiaciute il Pof, ideano nuovi progetti e infine, per dormire, ripassano i voti del registro personale. Ma anelano l’imminente collegio docenti di novembre.

 

cap. 11  … maestra dalla penna rossa

 

La scuola è un luogo dell’individualismo, o del personalismo. Imbarazzanti per noi e inevitabili per i ragazzi i confronti con i colleghi degli anni precedenti.

L’istituto stanzia ogni anno fondi di bilancio per progetti dedicati alla continuità, ovvero l’attenzione didattica all’omogeneità e alla coerenza di obbiettivi e metodologie tra un anno e l’altro del curriculum. Tuttavia gli studenti passano di mano, da un insegnante all'altro come giovani zavorre. E anche io eredito nuove classi senza che nessuno mi abbia mai  parlato di loro. Come piante di serre muffose che cercano inutilmente il sole, si attorcigliano su se stessi,  sono abituati ad essere sostenuti con tutori e legacci, non irrigati né stimolati da necessarie potature. Si  aspettano la solita tenue irrorazione costituita da rugiadose lezioni,  nebulizzate annaffiature di interrogazioni ripetitive e programmate da cui discendano inutili voti, come frutticini scialbi, in ragione di memorizzate e un po' ottuse riprese di ciò che in classe è stato detto, ma non necessariamente capito né tanto meno discusso.

La mia ostinata e poco condivisa utopia pedagogica, vorrebbe invece costringerli a crescere per diventare cittadini liberi e pensanti, che possano reggersi e resistere su proprie radici.

Disegno Nicola_03 002

Quest’anno la situazione è impervia; la terza è considerata, senza metafore, con orrore da tutti gli insegnanti (passati e presenti), i ragazzi esibiscono atteggiamenti a comportamenti che suscitano sgomento e che, nonostante il disagio e i rimproveri espressi fin dalle prime riunioni, rimangono spensieratamente immutati e costanti.

Ci riuniamo nuovamente e le lamentele sono unanimi, con l’eccezione del collega Laguardia che, utilizzando una pedagogia perfezionata in un qualche corso di aggiornamento ad Alcatraz, ottiene dalla classe una specie di ostile silenzio per lui appagante. In coro il Consiglio biasima il fatto che questi ragazzi sono  incapaci di ascoltare, di dialogare, di interagire con i docenti, i compagni, il personale scolastico; indifferenti al proprio dovere, non sanno organizzare il proprio lavoro, fuggono e rimandano le verifiche. Sottolinea come aumenti, ogni giorno, la preoccupazione generale per la mancanza d’educazione e rispetto anche alle regole comuni della vita sociale in senso lato.

Deplora l’incapacità di coordinarsi, di stare anche provvisoriamente seduti, di muoversi con la necessaria attenzione nel rispetto degli altri e delle loro cose (i libri, gli zaini, i giacconi lanciati a terra e calpestati, le penne e gli oggetti personali nascosti o fatti sparire, gli scherzi violenti, qualche piccolo furto, i vetri rotti, i banchi sfasciati, le pareti vandalizzate).

Depreca l’uso del cellulare per messaggi, videogiochi e musica nonché le telefonate che arrivano (con le suonerie silenziose o meno), anche da casa.

E poi rimprovera l’abitudine al linguaggio volgare, le mancanze continue di rispetto reciproco, l’essere menefreghisti a richiami, ammonimenti e sanzioni disciplinari. Su tutto questo si decide di coinvolgere i genitori e, come maestra della penna rossa, ovvero come volontaria obbligata, sono delegata a scrivere una lettera alle famiglie che si conclude con un invito, che vorrei eloquente e persuasivo, ma che, come osserva non senza ragione qualche collega, risulta pateticamente accorato: "si ritiene indispensabile la collaborazione delle famiglie. Anche in questa fase della crescita dei ragazzi il ruolo dei genitori, che sicuramente vorranno attivarsi in tal senso riprendendo con i figli un dialogo sul valore della Scuola, non può essere né marginalizzato né sostituito"

Invece qualche famiglia si offende e gli alunni sono molto contrariati: le "accuse" vengono sdegnosamente respinte. Si apre dunque una settimana di discussioni quotidiane.

"Ci hanno attaccato anche Italiano e Matematica", ci chiamano così, per materie, "che di solito con noi parlano", affermano polemici gli studenti. "Gli altri no. Quelli … non ti guardano neanche in faccia, nemmeno ci considerano. Fisica, in tre anni che la conosciamo, non ha mai sorriso una volta, Chimica è come le guardie, Informatica ci odia, Magliapesante dice parolacce più di noi, Ergiggi di Religione ci vuole bocciare, Educazione Fisica lasciamo perdere, non ci ha fatto fare due squadre di calcetto; siamo trenta maschi, a che ci serve una squadra sola? Perché ce l’avete con noi?!"

Ma non tutti sono esplosi. In classe c’è un gruppo di ragazzi apparentemente inoffensivi che, come le seppie, si nascondono dietro a loro nuvolette di inchiostro e sabbia, ugualmente grigie, e di cui fanno il loro alibi. In realtà sono solo passivi e sfuggenti, non proprio diversi dagli altri dietro ai quali si coprono inguattati.

PhotoPC Friday, December 06, 2002 1256 PM 24I gladiatori sono Matteo, Andrea, Umut, Ugo e Adriano che cavalcano polemici le discussioni mentre gli altri partecipano con manifestazioni di intemperanza assortite. Noi, Italiano e Matematica, appunto, sosteniamo dei confronti quasi feroci, che loro in qualche modo apprezzano, ma avranno effetto dopo due o tre anni, come al solito.

Al termine di mattinate violente ci interroghiamo, sfinite, solo con gli occhi.

Intanto osservo con invidiosa considerazione i non pochi colleghi portatori sani di quelle giuste certezze, promulgate da Pestaragni, Evergreen e soci, da cui discende pianamente lo svolgere, senza impegnative variazioni, tutto il solito programma ogni anno. I persuasi di sé che  ripetono sempre identiche lezioni, rifotocopiano quanto già distribuito, assegnano replay di compiti e, perché no, applicano una sola gamma tuttofare di valutazione  senza farsi appesantire da riflessioni e scrupoli su prerequisiti, partecipazione, interesse, capacità: irrazionali e sentimentali pedanterie sugli utenti-interlocutori.

E’ vero, d’altronde, che al termine dell’anno le famiglie, ormai non sappiamo più per quale ingiustificata assuefazione, si aspettano un alcunché di appreso dalle giovani menti non pensanti.

Tutto dovrebbe continuare come se il mondo, la società, le famiglie, i ragazzi fossero quelli di cinquanta, di venti o anche solo di cinque anni fa e se non fossero, come invece è accaduto, profondamente cambiati.

Come se fosse dunque possibile non tanto ri-leggere gli stessi brani delle stesse opere degli stessi autori, ma anche spiegarli con le stesse frasi e allo stesso modo per due - cinque - vent’anni di seguito … e ottenere gli stessi esiti.

 

Scrupolo da maestra,  questo, che costringe, inevitabilmente, a ripesare e ripensare volta per volta le lezioni cercando di stabilire un patto, di scrostare l’indifferenza per suscitare il loro interesse verso la ricerca di se stessi, verso una  realtà che nemmeno sospettano, verso un approccio critico all’esistenza, verso una conoscenza che, pur non escludendo aprioristicamente fantacalcio e stadio, motorini e playstation, hamburger e palestre trovi spazi che restituiscano loro, come dovuto, anche l'uso degli occhi e degli orecchi, del cuore e del cervello.

Loro ci guardano, a turno,  all’inizio come delle matte e dopo un po’ come persone che li ascoltano, si infervorano e si indignano mentre esagerano presumendo eccessiva efficienza da coronarie fuori rodaggio, e non più in garanzia...

QuintaA_dic_2003

cap 12 . Marco e Davide
 
Alle sette e cinquantacinque nel cortile della scuola, già affollato dai gruppi che si ritrovano per abitudine e omogenei per classe, età o fede calcistica entrano strepitanti i motorini asfissianti. Anche Marco schizza con gli altri, accartocciato tra il cappellino e la sciarpa giallorossa, strizzato nel giubbotto di pelle, come in una corteccia, chiuso fino alle orecchie e che non toglierà nemmeno durante le lezioni; se ne sta seduto irrigidito ed imbrinato perché ha corso nel freddo, per almeno sei chilometri. Viene dalla periferia del Divino Amore, che si trova oltre il Raccordo Anulare.
E’ taciturno e selvatico, ma gli occhi scuri e socchiusi, che in questo momento lacrimano per il gelo, hanno un lampo di desiderio. Spera di incontrare subito Deborah, che ama ostinatamente non ricambiato. Deborah è graziosa, bruna con la pelle olivastra e i capelli castani incollati dal gel e non sempre luminosi malgrado shampoo e balsamo; sulle palpebre uno spesso strato di ombretto bianco che sembra calcina e spegne lo sguardo che invece è malizioso e allegro; lui si vergogna e lei gli gira le spalle ridendo. Marco si ferma, però, vicino ai suoi amici che lo ricevono con un paio di simpatici insulti ricambiati a tono.
Insieme fumano un paio di sigarette, mentre le ragazze fingono di non raccogliere.
Mentre mi avvio all’ingresso mi fermano tre o quattro volte:
 “Interroga oggi? ci fa vedere un film? aveva promesso che ci portava in gita! non mi regge, ma proprio dobbiamo entrare? “
Entriamo infatti; il DS finge di non guardare, ma dalla scalinata esterna osserva e registra. I colleghi passano in fretta a testa bassa schiacciati dal peso delle loro frustranti incombenze, poi arrivano un paio di irrigidite prof addobbate come per la gita a Monastir ed ancora si avanzano, solenni, i consolidati riferimenti dell’Istituto che sfilano incipigliti come giudici della Corte Costituzionale, ma sembrano solo impettiti travet. Siamo oltre centotrenta insegnanti. Quasi un villaggio, ma eterogeneo. Sbarcano per ultimi, da vetture renitenti alla revisione, colleghi con addosso almeno venti anni di indefinita mezza età, l’aria un po’ infelice un po’ schifata, le cartelle penzolanti dalle braccia magrette e stanche, i capelli grigi e mal curati, gli occhi che cercano di non vedere per non salutare. E nessuno di loro, per ora, ha voglia di comunicare; già rimasticano le loro lezioni, e cercano di non pensare a come far finire le lunghe ore che stanno per iniziare e che, non confessano nemmeno a se stessi, forse preferiscono ai successivi pomeriggi tra supermercati e sportelli postali, visite a dispotici parenti novantenni, lastre da ritirare dal radiologo, dentisti in agguato e figli post-adolescenti umiliati dalla società e offesi dalla famiglia. Fra un attimo, saremo tutti in classe: a distribuire il pane della scienza.
L’aula dalle pareti verdoline è vuota, spoglia, ma sonante. Lo sgomento quotidiano mi sembra ben giustificato. Marco sale tra i primi seguito da Diego, Simone, Andrea, Alessandro; borbottano, sbuffano e buttano gli zaini per terra mentre l’attaccapanni (mai avuto in dotazione da questa classe) è sostituito da un banco vuoto dove accumulano piumini e giacconi formando un informe e aggrovigliato fagotto. Su tutto, ben distesa e senza pieghe la giacca nuova del roscio, Daniele che tenta di salvaguardarla: ragà, l’ho pagata trecento euro!
Marco ridacchia, non prenderà l’iniziativa lui, ma sa che la prima pestata volontaria verrà proprio assegnata, ad honorem, al recentissimo acquisto.
Mi dice: “Professoressa, mi interroga? Ho studiato!”, “Faccio l’appello, poi ti chiamo subito.”
“Ho studiato Dante, so tutto”. “mmm...” “Posso cominciare io? sennò poi perdo il filo.”
E Marco comincia: “Dante nella Divina Commedia racconta un viaggio impossibile…” , non vorrei interromperlo subito, ma perplessa gli chiedo di precisare: “ nel senso che?”, “Nel senso che uno mai e poi mai nella vita si sognerebbe un viaggio così perché sennò sarebbe già morto!”
Cerco di indirizzarlo senza sconcertarlo troppo: “Ma quale è il significato del viaggio dantesco?”
“Che è un’esperienza praticamente irraggiungibile perché impossibile”
La classe comincia ad agitarsi: stanno tutti dalla sua parte.
“Prova a pensare, ragiona: se invece Dante avesse raccontato un viaggio reale e quindi possibile, non avrebbe comunque un significato che vada al di là del testo inteso alla lettera?”
“Ma Dante racconta che il viaggio l’ha fatto, anche se impossibile.”
“Ma che messaggio vuole trasmettere a chi legge?”
“Professoressa lei oggi mi vuole fare andare male dopo che io ieri ho studiato ’na cifra!”
“Ti sto chiedendo che definizione possiamo dare del viaggio di cui Dante parla…”
”Ahò! devi rispondere -allegorico-” sbotta Simone, che in quanto ripetente, ha già vissuto esperienze analoghe.
“Già allegorico, che vuol dire?” chiedo oramai sconfitta, “Che”, prosegue trionfante Simone, ritenendo di possedere la chiave della situazione “…Dante è uno che racconta una cosa, però è come se ne stesse dicendo un’altra.”
Sconfitta, ammetto che le mie spiegazioni le hanno capite così.
Chiedo il commento di qualche verso “Ed, ecco quasi al cominciar dell’erta,…una lonza leggiera e presta molto,/ che di pel maculato era coverta”.
Si propone Davide, aspirante ballerino di break dance e stuntman casareccio, ma più noto per le sue millantate frequentazioni delle corse clandestine all’obelisco dell’EUR e della manomissione di motorini.   ”Dante”, dichiara sicuro, brandendo il testo,”Incontra tre bestie e poi Virgilio. Le tre bestie gli mettono paura, Virgilio lo salva. Ho detto tutto, vero?”
“Un momento, vediamo il significato delle tre fiere: ad esempio la lonza?”
“Lo so, lo so, non è quella che si mangia pressorè! La lonza è un vizio, la lussuria.”
 “E… in che consiste?”
Non è una domanda a trabocchetto, temo che arrivi la solita risposta di questi ultimi tempi di afasia linguistica, di deperimento lessicale irreversibile: “A me non mi sembra tanto brutto come peccato, a chi non gli piace il lusso?” mi risponde David accarezzandosi i nuovissimi pantaloni di tendenza: disegno mimetico grigio, bianco e azzurro, vita bassa, tasche bilaterali, con ogni probabilità acquistati al mercatino dopo essere stati scaricati (senza il permesso dell’autista) da un TIR in sosta nell’area di servizio dell’A1 tra Teano e Caserta - Salerno. Già a chi non piace il lusso, rimugino tra me. Magari anche una bella vacanza vera. Come non desiderare l’altrove da qui…
Basta, per oggi. Riprendo cocciutamente a spiegare, ripeto e cerco di chiarire e poi suona la campana. Raccolgo in fretta libri, fogli registri, mi avvio. “E il voto?” reclama tassativo Davide.
“Ma quale voto! lasciamo perdere”
“Ma sono andato bene, sapevo tutto”
Gli altri, che pur avendo studiato ancor meno degli interrogati hanno afferrato la situazione, si divertono e oramai lo aizzano “Fatti dare il voto!”
“Se proprio insisti sarebbe un’insufficienza! Quattro ad esempio.”
“…Faccio venire mio padre! Io avevo studiato! mio padre lavora in televisione!”
“Bravo, l’aspetto” rispondo sorridendo e senza riuscire a irritarmi. Mentre la classe se la gode un mondo, Marco si avvicina e mi chiede se lo posso reinterrogare: lui ha capito e ristudierà da capo per avere la sufficienza.
L’altro, esponente verace di irrisolti nodi socio-psico-umano-pedagogici improvvisa due mosse di break dance e, dimenandosi, se ne va tra squittii e frinii. Domani verrà con altri pantaloni, altra felpa, altre scarpe: domani è venerdì e all’obelisco dell’EUR c’e il settimanale raduno notturno per le corse clandestine di cui è assiduo.
Marco se ne tornerà al Divino Amore dove aiuta il nonno in campagna; adesso stanno raccogliendo le olive: nel cervello soltanto la Roma, nel cuore soltanto Deborah, che non se lo fila, ma che lui vorrebbe accanto a sé mentre impavido e incosciente corre, con il casco portato al braccio, lanciato sul suo scalcinato motorino.

";s:7:"changed";s:10:"1166374452";s:9:"revisions";s:0:"";s:6:"static";s:1:"0";s:4:"name";s:11:"Mariaserena";s:8:"homepage";s:33:"http://notecellulari.splinder.com";s:8:"comments";s:1:"4";s:4:"tags";s:33:"il_mio_libro,la_classe_non_è_doc";s:11:"commentform";b:0;s:14:"show_moderated";b:0;}}}f8d698aea36fcbead2b9d5359ffca76f